Incipit #40

29 novembre 2015


«A Chentupedes, il giorno dei Morti, le anime lasciano il campusantu di Muriscari e se ne tornano in paese a manicare, bere e ballare con tutti i santi che non hanno voglia di stare in cielo. Correva l’anno 1964 ed era un novembre di quelli diacciosi che fanno thirriare i cani legati alla catena e indemoniare i cristiani. Le raffiche di maestrale erano così forti che facevano volare le ultime galline rimaste per strada. Io allora avevo quindici anni e la mia famiglia viveva nel vicinato di Sos Bodiolos, quello dei poveri che erano sempre a panza bodia. L’anno prima, il giorno di Ferragosto, ero caduto dal tetto della chiesa di Cuccureddu mentre per scommessa con gli amici cercavo di toccare la punta del parafulmine. Da allora ho imparato a rispettarli, i santi, e a brullare poco con l’aldilà, che forse è solo vita che continua al buio, come diceva sempre mannai Rosaria Lutzeri quando dava le condoglianze ai funerali.

Con quattro costole rotte e un taglio lungo un palmo sulla coscia che perdeva sangue a trumughine, mi ero messo a bestemmiare contro santu Coseme e Damianu e a maledire zia Mundica, suora di clausura che aveva lasciato tutto all’ordine delle clarisse e a noi niente, soriches e ballaroddas, topi e bacche di quercia, che da queste parti è peggio di uno sputo. Zia Mundica Lutzeri si era sposata giovane con un grosso proprietario terriero che gli era morto dentro il letto la prima notte di matrimonio senza riuscire a consumare, poi aveva sentito la chiamata e dopo un anno era partita suora in continente. Io la storia di quella chiamata me la ricordavo strana, come quella del servizio militare che ti arrivava con la cartolina verde insieme al biglietto per la lettorina e per la nave. Zia Mundica, sa beata vergine, come la chiamavano a sfuttidura quelli di Chentupedes, aveva ereditato terreni da pascolo a Murta Levrina, bestiame in pastore a Molentinas e la licenza di una cava di talco a Punta Lizzos che valeva oro. Ma quella monza baffuta che avevo visto solo in fotografia si era scomodata appena una volta in vita sua per mandarci mezzo litro d’acquasanta e un pacco di immaginette della Prodigiosa Traslazione della Santa Casa di Loreto.»


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