Incipit #49

8 febbraio 2016


«Parla la tua lingua, l’americano, e c’è una luce nel suo sguardo che è una mezza speranza.

È un giorno di scuola, naturalmente, ma lui non c’è proprio, in classe. Preferisce star qui, invece, all’ombra di questa specie di vecchia carcassa arrugginita, e non si può dargli torto – questa metropoli di acciaio, cemento e vernice scrostata, di erba tosata ed enormi pacchetti di Chesterfield di sghimbescio sui tabelloni segnapunti, con un paio di sigarette che sbucano da ciascuno.

Sono i desideri su vasta scala a fare la storia. Lui è solo un ragazzo con una passione precisa, ma fa parte di una folla che si sta radunando, anonime migliaia scese da autobus e treni, gente che in strette colonne attraversa marciando il ponte girevole sul fiume, e sebbene non siano una migrazione o una rivoluzione, un vasto scossone dell’anima, si portano dietro il calore pulsante della grande città e i loro piccoli sogni e delusioni, quell’invisibile nonsoché che incombe sul giorno – uomini in cappello di feltro e marinai in franchigia, il ruzzolio distratto dei loro pensieri, mentre vanno alla partita.

Il cielo è basso e grigio, il grigio torbido della risacca.

È sul bordo del marciapiede insieme agli altri. A quattordici anni è il più giovane, e si capisce che è in bolletta sparata dall’ansiosa inclinazione del suo corpo, come se fosse sulle spine. Non l’ha mai fatta prima questa cosa, e non conosce nessuno degli altri, che a loro volta hanno l’aria di non conoscersi, ma questo non è il tipo di impresa in cui possono lanciarsi da soli o a due a due, così si sono trovati a furia di occhiate furtive per individuare il compagno spericolato, ed eccoli qui, ragazzi bianchi e ragazzi neri, sbucati dalla metropolitana o dalle vicine strade di Harlem, ombre smilze, bandidos, quindici in tutto, e secondo la leggenda corrente, per uno che verrà beccato forse quattro ce la faranno.»

 


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