Incipit #52

29 febbraio 2016


«La piccola passava la maggior parte del suo tempo libero fra i rami. Quando non si sapeva dove trovarla bastava passare in rassegna gli alberi, prima il grande faggio che sovrastava la tettoia nord, sul quale a lei piaceva fantasticare osservando il movimento della fattoria, poi il vecchio tiglio dell’orto, dopo il muretto di pietre fresche, e infine, cosa che accadeva più spesso d’inverno, le querce della comba a ovest del campo attiguo, un riflusso di terreno su cui sorgevano tre esemplari come non ce n’erano di più belli in tutto il paese. La piccola si annidava tra gli alberi tutto il tempo che poteva sottrarre a una vita di villaggio fatta di studio, pasti e messe, e talvolta invitava a salire determinati compagni che guardavano incantati le leggere piattaforme da lei montate sulle quali passavano magnifiche giornate a ridere e chiacchierare.

 

Una sera che stava su un ramo basso della quercia di mezzo, mentre la comba si riempiva d’ombra e la bambina sapeva che stavano per venire a prenderla e riportarla al caldo, decise invece di tagliare per il prato e andare a salutare le pecore del vicino. Si mise in marcia mentre cominciava a salire la bruma. In un perimetro che andava dai contrafforti della fattoria del padre ai confini di quella del Marcelot conosceva ogni zolla d’erba, avrebbe potuto chiudere gli occhi e orientarsi con i rigonfiamenti del campo, i giunchi acquatici, le pietre dei sentieri e l’inclinazione dei lievi pendii come se fossero stati stelle. Invece li spalancò, e per un motivo ben preciso. Qualcuno a pochi centimetri da lei camminava nella bruma e la sua presenza le provocava uno strano pizzicorino al cuore, come se l’organo si avvolgesse su se stesso facendo sorgere in lei curiose immagini. Vide un cavallo bianco in un sottobosco bruno-dorato e un sentiero lastricato di pietre nere che luccicavano sotto le alte fronde.»


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