Incipit #53

7 marzo 2016


«Mi chiamo Stanley Mitchell, Jr. Tanto mi ricordo, tanto intendo scrivere.

Questa storia ha avuto luogo in una città di nome Dewmont. È tutta vera. Si è svolta nell’arco di un breve periodo, ed è capitata a me.

Dewmont ha preso nome da uno dei suoi primi abitanti, un certo Hamm Dewmont. Di lui si sa ben poco altro. Era arrivato e aveva dato il suo nome a quel posto, per poi svanire nel nulla.

All’inizio, Dewmont non era che uno sgangherato assembramento di bicocche di legno appollaiate sulla sponda del Sabine River, proprio nel cuore del Texas orientale: un posto di argille rosse e sabbie bianche, enormi alberi di pino e pantani infestati da serpenti.

La biblioteca di Dewmont conserva immagini sbiadite delle baracche dei pionieri, sulla riva del fiume, immagini che sembrano filtrate dall’obiettivo di una rozza macchina fotografica. Non che ci fosse da aspettarsi chissà cosa, da un inizio del genere, oltre a una bella risciacquata di pioggia capace di mandare tutto quanto a rovesciarsi nel fiume, ma nel corso degli anni e del ventesimo secolo questi tuguri si sono ingranditi a poco a poco fino a diventare un paesotto, man mano che i giganteschi alberi venivano abbattuti per ricavarne legname da costruzione.

In seguito il paesotto è diventato una piccola città di circa centomila abitanti, ma i fatti di cui intendo parlare sono accaduti ben prima, quando la mia famiglia si è trasferita da quelle parti sul finire degli anni Cinquanta.

Prima di spostarsi a Dewmont, mio padre aveva fatto il meccanico in un paesino di trecento anime chiamato per l’appunto No Enterprise. Un giorno, se n’era tornato a casa stufo di starsene a lavorare sotto le automobili, sdraiato sul cemento gelido e sui lombrichi striscianti. Ci aveva quindi comunicato una decisione destinata a lasciarci tutti quanti di sasso. Mamma compresa.

Papà amava il cinema, e in qualche modo era venuto a sapere che il drive-in di Dewmont era in vendita. Al vecchio proprietario, poco dopo l’inaugurazione del locale, era venuto un accidente. I suoi familiari non vedevano l’ora di spostarsi da qualche altra parte, all’ovest, visto che si ritrovavano i debiti appiccicati al culo come le piume al catrame.

E quindi Papà aveva rastrellato tutti i risparmi di famiglia per usarli come anticipo, aveva radunato mia madre – che lui chiamava Gal – me, mia sorella maggiore Caldonia e il mio cane Nub, e ci aveva trascinato a Dewmont.»


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