Incipit #57

18 aprile 2016


Una notte l’infermiera si affacciò alla finestra del reparto e vide il furgone di lui fuori dall’ospedale. Gli abbaglianti lampeggiarono tre volte, poi si accesero di nuovo quando lei alzò il braccio per salutare. Chiese il cambio alla sua collega e scese per le scale di servizio fino all’ingresso fornitori, e lì, sotto una pioggia autunnale, l’uomo abbassò il finestrino e le disse di avere preso delle decisioni. L’infermiera lo squadrò, incerta se credergli o meno. Controllò che nessuno li vedesse e lo fece salire al primo piano, dove trovò una stanza vuota in cui potevano parlare in pace.

Nei baffi di lui c’era un sapore di vino sotto a quello solito di fumo. In camera la abbracciò e la spinse verso il letto, ma aveva modi che a lei non piacevano e fu respinto. Fece l’offeso. Aprì la finestra, accese una sigaretta e guardò fuori. Dopo un minuto disse: «Se piove ancora per un po’, qui ci spuntano le pinne come ai pesci».

«Allora?», chiese l’infermiera. «Mi spieghi cosa sei venuto a fare?»

L’uomo non rispose subito, guardò la pioggia e fece un altro paio di boccate. Poi disse che a casa quella notte non ci tornava. Era uscito sbattendo la porta e aveva gridato alla moglie di scordarsi di lui. Non disse che dopo era stato al bar, ma si capiva. Erano le due meno un quarto. Si passò una mano nei capelli umidi e l’infermiera immaginò che avesse tirato tardi bevendo, parlando di donne con gli altri uomini al banco e facendo la corte alla cameriera, e che per questo alla fine fosse venuto a cercarla. Lui disse: «Se non mi vuoi neanche tu dormo in furgone, per me è uguale». Quando riprovò ad abbracciarla lei lo lasciò fare, chiuse gli occhi e si sforzò di non pensare al cumulo dei suoi imbrogli e delle sue bugie.


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