Incipit #58

2 maggio 2016


Che cosa mi ha spinto a fare questo viaggio in Africa? La spiegazione non è semplice. Le mie cose andavano sempre peggio, e a un certo punto erano diventate un viluppo inestricabile.

Se ripenso alla mia situazione all’età di cinquantacinque anni, quando comprai il biglietto, vedo solo dolore. I fatti mi si affollano addosso, sì che ne avverto l’oppressione sul petto. Irrompono in frotta disordinata: i miei genitori, le mie mogli, le mie ragazze, i miei figli, la mia fattoria, i miei animali, le mie abitudini, i miei soldi, le mie lezioni di musica, le mie sbornie, i miei pregiudizi, la mia violenza, i miei denti, la mia faccia, l’anima mia! Ed io devo urlare: «No, no, via, maledetti, lasciatemi stare!». Ma non possono lasciarmi stare. Fanno parte di me. Son cose mie. E mi si ammucchiano addosso da ogni parte. E ne viene il caos.

Eppure, il mondo, che mi appariva tremendo, oppressivo, ha distolto da me la sua ira. Ma se voglio darne conto a voi, e spiegare perché andai in Africa, devo guardare in viso i fatti. Magari cominciando dal denaro. Io sono ricco. Dal vecchio ereditai tre milioni di dollari, detratte le tasse, ma mi son sempre considerato un barbone, e con un motivo. Soprattutto questo: mi comportavo come un barbone. Ma quando le cose si mettevano molto male, in segreto andavo a cercare nei libri, sperando di trovarvi una parola utile, e un giorno lessi: “La remissione dei peccati è perpetua, e non occorre la virtù, prima”. Mi fecero un’impressione così profonda, quelle parole, che le andavo ripetendo a me stesso. Ma poi ho dimenticato in che libro fossero.


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