Incipit #59

9 maggio 2016


La bambina se ne stava al buio sui gradini dell’uscio, le braccia strette intorno al corpo per difendersi dal freddo, senza più lacrime e quasi addormentata. Non aveva la forza di urlare ancora, ma tanto non la sentivano e, nel caso, sarebbe stato anche peggio. Qualcuno aveva gridato: «Falla smettere, se no ci penso io!» e allora una donna l’aveva trascinata via per un braccio da sotto il tavolo e spinta fuori sui gradini sbattendo la porta, e i gatti si erano rifugiati sotto la casa. Non si lasciavano più avvicinare da lei perché certe volte li sollevava per la coda. Aveva le braccia piene di graffi, e i graffi pizzicavano. Si infilava sotto la casa per cercare i gatti, ma anche quando riusciva ad acchiapparne uno, più lei lo stringeva più quello si difendeva e la morsicava, e allora lo lasciava andare. Vuoi buttar giù la porta a furia di bussare? Nessuno ti vuole tra i piedi se ti comporti così. E allora la zanzariera si era richiusa, e dopo un po’ era scesa la notte. Quelli dentro casa avevano litigato fino a quietarsi, e la notte era andata avanti per un pezzo. Lei aveva paura a stare sotto la casa, e aveva paura a stare sulla scala, ma se rimaneva vicino alla porta c’era il pericolo che si aprisse. La luna la fissava dritto in faccia, e dal bosco arrivavano dei rumori, ma si era quasi addormentata quando Doll arrivò su per il viottolo e la trovò in quello stato pietoso che più pietoso non si poteva, la prese in braccio avvolgendola nel suo scialle e disse: – Allora, non abbiamo nessun posto dove andare. Dove andiamo?


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