Incipit #63

4 luglio 2016


«Sabato pomeriggio montò in macchina e andò alla piccola pasticceria del centro commerciale. Dopo aver sfogliato un raccoglitore con le foto delle torte incollate sulle pagine, ne ordinò una al cioccolato, la preferita di suo figlio. La torta che aveva scelto era decorata con un’astronave sulla rampa di lancio sotto una pioggia di stelle bianche, e un pianeta di glassa rossa dall’altra parte. Scotty, il nome del bambino, sarebbe stato scritto in lettere verdi sotto il pianeta. Il pasticcere, un uomo anziano con un collo massiccio, rimase ad ascoltarla in silenzio mentre lei gli spiegava che il bambino avrebbe compiuto otto anni quel lunedì. Indossava un grembiule bianco che sembrava un camice, il pasticcere. Due lacci gli passavano sotto le ascelle, si incrociavano sulla schiena e poi tornavano sul davanti dove erano annodati sotto la pancia. Mentre la stava ad ascoltare, si asciugava le mani sul grembiule. Teneva lo sguardo basso sulle foto e la lasciava parlare, dandole tutto il tempo che voleva. Era appena arrivato al lavoro e sarebbe stato lì l’intera notte a infornare, perciò non aveva fretta.

La signora gli diede il proprio nome, Ann Weiss, e il numero di telefono. La torta sarebbe stata pronta lunedì mattina, appena sfornata, con largo anticipo sulla festa di compleanno del bambino, prevista per il pomeriggio. Il pasticcere non era un tipo gioviale. Non si scambiarono convenevoli, solo il minimo indispensabile di parole, le informazioni essenziali. Lui la faceva sentire un po’ a disagio e la cosa le diede fastidio. Mentre era chino sul bancone con la matita in mano, lei ne studiò i lineamenti grossolani e si chiese se avesse mai combinato qualche altra cosa in vita sua oltre a fare il pasticcere. Ann era una mamma di trentatré anni e le sembrava che tutti, specialmente uno dell’età del pasticcere – abbastanza anziano da poter essere suo padre –, dovessero aver avuto figli che avevano attraversato questa fase di feste di compleanno e torte speciali. Dovevano avere almeno questo in comune, pensava. Ma lui era brusco con lei, non sgarbato, però brusco sì. Lei rinunciò a sforzarsi di essere amichevole con lui. Lanciò un’occhiata sul retro della pasticceria e vide un lungo tavolo di legno massiccio con una pila di teglie d’alluminio per crostate a un’estremità e, accanto, una struttura di metallo piena di griglie vuote. C’era un forno enorme. Una radio trasmetteva musica country.

Il pasticcere finì di riempire il modulo d’ordinazione e richiuse il raccoglitore. La guardò e disse: – Lunedì mattina –. Lei lo ringraziò e tornò a casa.»


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