Incipit #7

13 aprile 2015


«Utterson, il legale, era un uomo dal volto ruvido, mai illuminato da un sorriso. Di poca e fredda, impacciata conversazione, restio ai sentimenti, era lungo, magro, grigio, accigliato; e tuttavia amabile, in qualche modo. Ai pranzi tra amici, e quando il vino era di suo gusto, qualcosa di eminentemente umano traspariva dal suo sguardo; qualcosa, certo, che non arrivava mai a tradursi in parole, ma che neppure si limitava ai muti simboli dell’appagamento conviviale, manifestandosi anzi, più spesso e apertamente, negli atti della sua vita.

Era austero con se stesso: beveva gin, quand’era solo, per mortificare una propensione ai vini d’annata; e benché il teatro gli piacesse, non ci metteva più piede da vent’anni. Ma era di provata tolleranza con gli altri, considerando a volte con stupore, quasi con invidia, l’alta pressione di spiriti vitali che li portava a traviarsi. Per cui, in qualsiasi estremità, inclinava a soccorrere piuttosto che a riprovare.

– Inclino all’eresia di Caino, – diceva curiosamente. – Lascio che il mio fratello se ne vada al diavolo come meglio crede.

Con questa disposizione d’animo, gli accadeva non di rado di restare l’ultimo conoscente stimabile, l’ultima influenza salutare, nella vita di uomini incamminati per la scesa; e nei suoi rapporti con costoro, finché i rapporti duravano, si guardava dal mostrarsi minimamente cambiato.»


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