Incipit #71

19 settembre 2016


«– Che tu mi ascolti o no fa lo stesso, – disse Somoza. – È così, e mi sembra giusto che tu lo sappia.

Morand sussultò come se rientrasse bruscamente da molto lontano. Ricordò che prima di perdersi in una vaga fantasticheria aveva pensato che Somoza stava diventando pazzo.

– Scusa, mi sono distratto un momento, – disse. Ammetterai che tutto ciò… Insomma, venire qui e trovarti alle prese con…

Ma dare per scontato che Somoza stesse diventando pazzo era troppo facile.

– Sì, non esistono parole adatte, – disse Somoza. – Almeno parole nostre.

Si guardarono un secondo, e Morand fu il primo a sviare lo sguardo mentre la voce di Somoza si alzava di nuovo con il tono impersonale di quelle spiegazioni che subito si perdevano al di là dell’intelligenza. Morand preferiva non guardarlo, ma allora ricadeva nell’involontaria contemplazione della statuina sulla colonna, ed era come tornare a quella sera dorata di cicale e di odore d’erbe in cui incredibilmente Somoza e lui l’avevano dissotterrata nell’isola. Si ricordava il gesto di Thérèse, alcuni metri più in là sulla roccia dalla quale si riusciva a distinguere il litorale di Paros, nel voltare la testa al grido di Somoza, e dopo un secondo d’incertezza il suo precipitarsi di corsa verso di loro dimenticando che aveva in mano il reggipetto rosso del suo due pezzi, per chinarsi sul pozzo da cui spuntavano le mani di Somoza con la statuina quasi irriconoscibile per la muffa e le aderenze calcaree, finché Morand con collera mista a risate non le gridò di coprirsi, e Thérèse si raddrizzò guardandolo come se non capisse, e all’improvviso gli voltò le spalle e nascose i seni tra le mani mentre Somoza tendeva la statuina a Morand e saltava fuori dal pozzo. Quasi senza transizione Morand ricordò le ore successive, la notte nelle tende da campo sulle rive del torrente, l’ombra di Thérèse che si muoveva sotto la luna fra gli ulivi, ed era come se adesso la voce di Somoza, riverberando monotona nello studio di scultore quasi vuoto, gli giungesse anch’essa da quella notte, facendo parte del suo ricordo, quando gli aveva confusamente insinuato la sua assurda speranza e lui, fra due sorsate di vino resinoso, aveva riso allegramente e gli aveva dato del falso archeologo e dell’incurabile poeta.

– Non esistono parole adatte, – aveva detto ora Somoza. – Almeno parole nostre.»


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