Incipit #72

10 ottobre 2016


«Era il 3 dicembre, e continuava a piovere. Il numero 3 spiccava, enorme, nerissimo, panciuto, sul bianco smagliante del calendario appeso, a destra della cassa, al tramezzo di legno scuro che divideva il negozio dalla vetrina. Erano passati esattamente venti giorni, dato che la cosa era accaduta il 13 novembre (un altro 3 ugualmente panciuto sul calendario), dal primo delitto, da quando, cioè, un’anziana donna era stata assassinata vicino alla chiesa di Saint-Sauveur, a pochi passi dal canale.

E dal 13 novembre pioveva. Si può dire che piovesse ininterrottamente da venti giorni. Una lunga pioggia battente. Quando si camminava per la città rasentando i muri si sentiva l’acqua scorrere nelle grondaie. La gente sceglieva di preferenza strade con i portici per trovarsi un po’ al riparo; rientrando, si toglieva le scarpe, e in tutte le case cappotti e cappelli erano messi ad asciugare vicino alla stufa. Chi non aveva indumenti di ricambio viveva in un perenne stato di freddo e di umidità.

Alle quattro del pomeriggio era già buio da un pezzo, e a certe finestre la luce restava accesa dalla mattina alla sera.

E proprio alle quattro, come ogni pomeriggio, il signor Labbé aveva lasciato il retrobottega, dove una serie di teste in legno di tutte le misure stava allineata sugli scaffali, ed era salito su per la scala a chiocciola in fondo alla cappelleria. Arrivato sul pianerottolo, si era fermato un attimo, tirata fuori di tasca una chiave, aveva aperto la porta della camera per accendere la luce.

Forse, prima di girare l’interruttore, era andato alla finestra, le cui tende di grosso merletto, pesanti e polverose, stavano sempre accostate… Probabile, perché di solito, prima di accendere, abbassava l’avvolgibile.

E lì, dalla finestra, aveva potuto vedere, nella casa di fronte, a pochi metri di distanza, il sarto Kachoudas nel suo laboratorio.»


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