Incipit #74

24 ottobre 2016


«Tornarono dalla scuderia nella luce obliqua del primo mattino. I fratelli McPheron, Harold e Raymond. Vecchi che si avvicinano a una vecchia casa alla fine dell’estate. Attraversarono il vialetto sterrato, superarono il furgone e l’automobile parcheggiata accanto alla recinzione in rete metallica e varcarono il cancello uno dopo l’altro. Sfregarono la suola degli stivali contro la lama di una sega piantata nel terreno, chiazzato di letame e compatto e lucido tutt’intorno per anni e anni di calpestio, e salirono gli scalini in legno fino alla zanzariera della veranda, poi entrarono in cucina, dove la diciannovenne Victoria Roubideaux, seduta al tavolo in pino, stava dando il porridge alla figlioletta.

Una volta dentro, si tolsero i cappelli e li appesero ai ganci fissati sulla parete accanto alla porta e subito andarono a lavarsi nell’acquaio. Sotto la fronte bianca avevano la faccia arrossata e segnata dalla vita all’aria aperta, i capelli crespi sulle teste rotonde erano ormai grigio ferro e rigidi come una criniera di cavallo tagliata a spazzola. Dopo essersi lavati, si asciugarono a turno con uno strofinaccio, ma quando si avvicinarono al fornello per riempirsi i piatti la ragazza li fece sedere.

È inutile che ci aspetti, disse Raymond.

Ci tengo, disse lei. Da domani non sarò più qui.

Si alzò con la bambina in braccio e portò in tavola due tazze di caffè, due scodelle di porridge e delle fette di pane tostate e imburrate, poi tornò a sedersi.

Harold fissò con diffidenza il porridge. Pensavo che almeno oggi ci avrebbe fatto una bistecca con le uova, disse. Data l’occasione. E invece no, sempre e soltanto questa poltiglia tiepida. Che ha più o meno lo stesso sapore dell’ultima pagina di un giornale bagnato. Il giornale di ieri, per giunta.

Quando non ci sarò più, mangerete quello che vi pare. So che lo fareste comunque.

Sissignora, probabilmente hai ragione. Poi la guardò. Ma non ho nessuna fretta che tu te ne vada. Sto solo cercando di prenderti un po’ in giro.»


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