Incipit #76

7 novembre 2016


«La nostra è essenzialmente un’epoca tragica, quindi ci rifiutiamo di prenderla tragicamente. Il cataclisma è avvenuto, siamo tra le rovine: cominciamo a costruire nuove, piccole dimore, ad avere nuove, piccole speranze. Non è un’impresa facile; la strada verso il futuro non è piana, ma arginiamo gli ostacoli o cerchiamo di scavalcarli. Dobbiamo pur vivere: non importa quanti cieli ci sono crollati addosso.

Questa era più o meno la situazione di Constance Chatterley. La guerra le aveva fatto crollare il soffitto sulla testa. E lei aveva capito che bisognava comunque vivere, e imparare.

Aveva sposato Clifford Chatterley nel 1917, quando questi era tornato a casa per una licenza di un mese. La loro luna di miele era durata per l’appunto un mese. Poi lui era tornato nelle Fiandre, per essere rispedito in Inghilterra un mese dopo, praticamente a pezzi. Sua moglie Constance aveva allora ventitré anni e lui ventinove.

Clifford aveva dimostrato un incredibile attaccamento alla vita. Non era morto, e a quanto pare era riuscito a rimettere insieme i pezzi. Rimasto nelle mani dei medici per un paio d’anni, era stato dichiarato guarito ed era potuto tornare a vivere, ma con la metà inferiore del corpo, dai fianchi in giù, paralizzata per sempre.

Questo accadeva nel 1920. Clifford e Constance erano tornati a Wragby Hall, la residenza di famiglia. Essendo morto il padre, Clifford era ora baronetto, col titolo di Sir Clifford, e Constance era diventata Lady Chatterley. I due cominciarono quindi la loro vita domestica e coniugale nella residenza alquanto desolata dei Chatterley, e con un reddito alquanto inadeguato. Clifford aveva una sorella, ma si era trasferita altrove. Per il resto non c’erano altri parenti: suo fratello maggiore era morto in guerra. Menomato per sempre e consapevole di non poter avere figli, Clifford fece quindi ritorno nelle fumose Midlands per cercare di tenere in vita, finché poteva, il nome dei Chatterley.»

 


LadyChatterley


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