Incipit #80

5 dicembre 2016


«Quella notte sognai di tornare nel Cimitero dei Libri Dimenticati. Avevo di nuovo dieci anni e mi svegliavo nella mia vecchia stanza avvertendo che la memoria del viso di mia madre mi aveva abbandonato. Nel modo in cui si sanno le cose nei sogni, sapevo che la colpa era mia e soltanto mia perché non meritavo di ricordarlo e perché non ero stato capace di renderle giustizia.

Dopo un po’ entrava mio padre, allarmato dalle mie urla d’angoscia. Mio padre, che nel sogno era ancora giovane e aveva tutte le risposte del mondo, mi abbracciava per consolarmi. Poi, quando le prime luci dipingevano una Barcellona di vapore, uscivamo. Mio padre, per qualche motivo che non riuscivo a comprendere, mi accompagnava soltanto fino al portone. Lì mi lasciava la mano e mi faceva capire che quello era un viaggio che dovevo intraprendere da solo.

Iniziavo a camminare, ma ricordo che mi pesavano i vestiti, le scarpe e perfino la pelle. Ogni passo richiedeva più sforzo del precedente. Arrivando alle Ramblas avvertivo che la città era rimasta sospesa in un istante infinito. Le persone si erano fermate e apparivano congelate come figure in una vecchia fotografia. Una colomba che si alzava in volo disegnava appena l’abbozzo confuso di un battito d’ali. Granelli di polline aleggiavano immobili nell’aria come luce in polvere. L’acqua della fontana di Canaletas brillava nel vuoto e sembrava una collana di lacrime di cristallo.

Lentamente, come se cercassi di camminare sott’acqua, riuscivo a addentrarmi nell’incantesimo di quella Barcellona ferma nel tempo fino a raggiungere l’ingresso del Cimitero dei Libri Dimenticati. Lì mi fermavo, esausto. Non riuscivo a capire cosa fosse quel carico invisibile che mi trascinavo dietro e che mi impediva quasi di muovermi. Afferravo il picchiotto e bussavo alla porta, ma nessuno veniva ad aprirmi. Continuavo a battere con i pugni sul grande portone di legno, ma il guardiano ignorava le mie suppliche. Esanime, alla fine cadevo in ginocchio. Soltanto allora, contemplando il sortilegio che mi ero trascinato dietro, mi assaliva la terribile certezza che la città e il mio destino sarebbero rimasti congelati per sempre in quell’incantesimo e che non avrei mai potuto ricordare il viso di mia madre.»

 


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