Incipit #81

12 dicembre 2016


«Si racconta – ma Dio ne sa più di noi dal momento che si tratta di dire il vero sugli avvenimenti del passato e sulle cronache dei diversi popoli – si racconta dunque che vivevano un tempo, nell’impero dei Sasanidi, due re fratelli che regnavano sulle isole dell’India e della Cina interna. Avevano nome Shahriyâr il maggiore e Shâhzamân il minore. Shahriyâr era un valoroso cavaliere, un conquistatore invincibile, che il fuoco non poteva consumare, che il fatto di covare una vendetta clamorosa non bastava a placare, pronto a reagire ogni volta che venivano messi in discussione i suoi diritti. Aveva esteso il suo potere fino agli estremi limiti del suo regno e gli abitanti delle più sperdute province riconoscevano la sua autorità. Aveva assoggettato tutti i paesi e imposto a tutti i sudditi l’obbedienza alle sue leggi. Conquistato il paese di Samarcanda, vi insediò il fratello Shâhzamân. Da lì passò in India, poi conquistò dei territori cinesi che costrinse alla sottomissione. In tal modo passarono dieci anni, durante i quali egli godette della più assoluta e ininterrotta sovranità.

Un giorno, provò il desiderio di rivedere il re Shâhzamân, suo fratello, e per convocarlo alla sua corte inviò il suo visir. Questi aveva due figlie, una a nome Shahrazâd e l’altra Dunyâzad…

Non appena ebbe ricevuto l’ordine di andare dal fratello del Gran Re per consegnargli il messaggio di questo, il visir fece i preparativi per il viaggio e si mise in cammino. Avanzò per giorni e per notti, finché arrivò in vista di Samarcanda. Quando Shâhzamân seppe che il visir si avvicinava alla città, gli andò incontro con un gran seguito di dignitari. Scorgendolo, scese dalla sua cavalcatura, gli si avvicinò per abbracciarlo e gli chiese notizie del fratello, il gran re Shahriyâr. Il visir lo rassicurò a proposito della salute del fratello e gli partecipò le ragioni del suo viaggio, cioè l’invito del re alla sua corte. Shâhzamân promise di ubbidire. Assegnò al visir una residenza fuori città e gli mandò tutte le provviste di cui poteva aver bisogno, cibo per il viaggio di ritorno, razioni per gli uomini della scorta e foraggio per le bestie. Sacrificò in suo onore numerosi capi di bestiame e gli offrì in dono oggetti di gran pregio, denaro, cavalli, cammelli. Così lo trattò, con tutto il rispetto dovuto al suo rango, per dieci giorni buoni, il tempo di prepararsi a sua volta per il viaggio.»

 


Post Your Thoughts