Incipit #82

19 dicembre 2016


«Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: “Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti.” Non significa niente. Forse è stato ieri.

L’ospizio dei vecchi è a Marengo, a ottanta chilometri da Algeri. Prenderò l’autobus alle due e arriverò nel pomeriggio. Così farò la veglia e potrò tornare domani sera. Ho chiesto due giorni di permesso al principale, e con una scusa così non poteva rifiutarmeli. Però sembrava seccato. Gli ho anche detto: “Non è colpa mia.” Non ha risposto. Allora ho pensato che non avrei dovuto dirglielo. Insomma, non dovevo giustificarmi. Anzi, era lui che doveva farmi le condoglianze. Ma me le farà senz’altro dopodomani, quando mi vedrà a lutto. Per ora è un po’ come se mamma non fosse morta. Dopo il funerale, invece, la questione sarà chiusa e tutto avrà assunto un aspetto ufficiale.

Ho preso l’autobus alle due. Faceva molto caldo. Avevo mangiato in trattoria, da Céleste, come al solito. Erano tutti molto dispiaciuti per me, e Céleste mi ha detto: “Di mamma ce n’è una sola.” Quando ho finito, mi hanno accompagnato alla porta. Ero un po’ intontito perché mi era toccato salire da Emmanuel per farmi prestare la cravatta nera e il bracciale da lutto. Lui ha perso lo zio qualche mese fa.

Ho dovuto correre, perché l’autobus stava partendo. Dev’essere stata questa precipitazione, questa corsa, insieme alle scosse, all’odore di benzina, al riverbero della strada e del cielo, a farmi addormentare. Ho dormito per quasi tutto il tragitto. E quando mi sono svegliato ero appoggiato a un militare, che mi ha sorriso e mi ha chiesto se venissi da lontano. Ho detto “sì” per non dover più parlare.»

 


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