Incipit #85

23 gennaio 2017


«La notte non comunica con il giorno. Ci brucia dentro. All’alba la portano al rogo. Insieme con le sue creature, i bevitori, i poeti, gli amanti. Siamo un popolo di confinati, di condannati a morte. Non ti conosco. Conosco il tuo amico turco; è uno dei nostri. Sparisce pian piano dal mondo, inghiottito dall’ombra e dai suoi miraggi: siamo fratelli. Non so quale dolore o quale piacere l’abbia spinto verso di noi, verso la polvere di stelle, forse l’oppio, forse il vino, forse l’amore; forse qualche oscura ferita dell’anima celata fra le pieghe della memoria.

Vorresti unirti a noi.

La paura e lo sgomento ti gettano fra le nostre braccia, e lì tenti di rannicchiarti, ma il tuo corpo duro resta aggrappato alle sue certezze, respinge il desiderio, rifiuta di abbandonarsi.

Non ti biasimo.

Abiti in un’altra prigione, un mondo di forza e di coraggio dove pensi di poter essere portato in trionfo; credi di ottenere il favore dei potenti, cerchi la gloria e la ricchezza. Eppure quando giunge la notte tremi. Non bevi, perché hai paura; sai che il bruciore dell’alcol ti rende fragile, inesorabilmente ti spinge a cercare carezze, una tenerezza scomparsa, il mondo perduto dell’infanzia, la soddisfazione, la calma di fronte alla scintillante incertezza del buio.

Credi di desiderare la mia bellezza, la mia pelle delicata, il fulgore del mio sorriso, le mie ossa sottili, il carminio delle mie labbra, ma in realtà senza saperlo desideri soltanto che svaniscano le tue paure, desideri la guarigione, l’unione, il ritorno, l’oblio. Questa forza dentro di te ti divora nella solitudine.

Allora soffri, perso in un crepuscolo infinito, un piede nel giorno e l’altro nella notte.»

 


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