Incipit #87

13 febbraio 2017


«Ci fu un tempo, ormai molti anni fa, in cui dovetti trascorrere quasi nove settimane in ospedale. Succedeva a New York e la notte, dal mio letto, vedevo davanti a me il grattacielo Chrysler con la sua scintillante geometria di luci. Il giorno spegneva la bellezza dell’edificio che, a poco a poco, ridiventava solo l’ennesima immane architettura stagliata contro il cielo azzurro e, come le altre, remota, silenziosa, altera. Era il mese di maggio e poi di giugno e ricordo che me ne andavo alla finestra a guardare il marciapiede sotto di me e a osservare le donne giovani – cioè della mia età – in abiti leggeri, a spasso nella pausa pranzo; le vedevo chiacchierare muovendo la testa, mentre le loro camicette tremavano riempiendosi di brezza. E pensavo che mai e poi mai, una volta dimessa dall’ospedale, avrei potuto andare a passeggio senza ringraziare il cielo di essere di nuovo una di quelle donne, e per molti anni lo feci: mi rivedevo mentalmente alla finestra dell’ospedale e mi sentivo felice di calcare un marciapiede.

All’inizio, la storia era semplice: mi avevano ricoverata per un’appendicite. Due giorni dopo l’intervento mi diedero da mangiare, ma non riuscivo a trattenere nulla. Poi sopraggiunse la febbre. Nessuno fu in grado di isolare il batterio responsabile, né di spiegarsi che cosa fosse andato storto. Non s’è mai saputo. Avevo due flebo: una per i liquidi e una per gli antibiotici. Stavano appese a un trabiccolo metallico che mi portavo in giro, ma mi stancavo con facilità. Verso l’inizio di luglio, il misterioso problema che mi affliggeva si risolse. Ma fino ad allora vissi una condizione insolita – un’attesa letteralmente febbrile – che mi angosciava. A casa avevo un marito e due figlie piccole; le bambine mi mancavano tremendamente e la mia ansia per loro era tale che temevo potesse influire sul mio stato di salute. Il mio medico, per il quale provavo un senso di profondo affetto, era un ebreo facciuto e oppresso dal peso di una tristezza gentile – i suoi genitori e tre zie, gli avevo sentito raccontare a un’infermiera, erano stati uccisi nei campi, e ora, a New York, aveva moglie e quattro figli adulti; ebbene, credo che questo brav’uomo si fosse impietosito e avesse fatto in modo che le mie piccole, di cinque e sei anni, potessero venire a trovarmi, a condizione che non avessero malattie in corso. Mi furono portate in camera accompagnate da un’amica di famiglia, e io notai subito che avevano il faccino e i capelli sporchi e quindi le cacciai sotto la doccia e mi c’infilai anch’io, con tutta l’asta delle flebo, mentre loro esclamavano: “Come sei magra, mamma!” Erano spaventatissime.»

 


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