Incipit #90

6 marzo 2017


“Sì, certamente, se domani è bello,” disse la signora Ramsay. “Ma ti dovrai svegliare con l’allodola,” aggiunse.

Al figlio queste parole dettero una gioia straordinaria, come se fosse ormai deciso che la spedizione ci sarebbe stata senz’altro, e il miracolo atteso, gli sembrava, da anni e anni, fosse ora a portata di mano, dopo le tenebre di una notte e la navigazione di un giorno. All’età di sei anni, apparteneva già a quel vasto gruppo di persone che non sanno tener separato un sentimento dall’altro, ma piuttosto lasciano che l’immaginazione del futuro, con le sue gioie e dolori, offuschi ciò che è a portata di mano, e poiché fin dalla prima infanzia qualsiasi oscillazione della ruota della sensibilità ha il potere di cristallizzare e fissare l’attimo, da cui la tristezza o l’euforia dipendono, ecco perché seduto lì sul pavimento, intento a ritagliare le figurine dal catalogo illustrato dei Magazzini dell’Unione Militare, alle parole della madre James Ramsay riversò un’ondata di felicità paradisiaca sulla figura del frigorifero. Gli orli sprizzavano gioia. La carretta, la falciatrice, il fruscio dei pioppi, le foglie che prima della pioggia schiariscono, le cornacchie che gracchiano, ogni cosa nella mente di lui aveva il suo proprio colore e carattere, di tutto s’era fatto già il suo codice personale, la sua lingua segreta, anche se a guardarlo sembrava l’immagine della severità incorruttibile, assoluta, con la fronte alta, i fieri occhi azzurri, impeccabilmente candidi e schietti, leggermente accigliati al cospetto della fragilità umana: tanto che sua madre, osservandolo mentre guidava con mosse precise le forbici intorno alla figura che ritagliava, se lo immaginò tutto vestito di porpora e d’ermellino a presiedere una corte di giustizia, o alla guida di una qualche impresa ardua e decisiva, in un momento di crisi della vita pubblica.

“Ma,” disse il padre, in piedi di fronte alla finestra del salotto, “non sarà bello.”

 


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