Incipit #91

21 marzo 2017


L’oscura foresta di abeti incombeva lungo le rive del fiume gelato. Il vento aveva spogliato da poco gli alberi del loro bianco mantello di ghiaccio e parevano piegarsi l’uno verso l’altro, neri e minacciosi nella luce ormai fioca. Un profondo silenzio pesava tutto intorno: la terra stessa era desolata, senza vita, senza movimento, così solitaria e fredda da non ispirare nemmeno un senso di tristezza. C’era in essa come l’accenno di una risata, di una risata più spietata di qualsiasi tristezza, cupa come il sorriso della Sfinge, fredda come il ghiaccio e tagliente come l’ineluttabile. Era la saggezza dispotica e incomunicabile dell’eternità che rideva della futilità della vita e dei suoi vani sforzi. Era il mondo selvaggio, feroce, il brutale mondo del Nord dal cuore ghiacciato.

Eppure la vita c’era e percorreva, spavalda, quella landa desolata. Lungo il corso d’acqua gelato arrancava una muta di cani lupo. Il loro folto pelo era irto di ghiaccioli. Il loro respiro, appena emesso, gelava nell’aria, condensandosi in una schiuma vaporosa che si alzava, si adagiava sui loro mantelli e si trasformava in bianchi cristalli. Una bardatura di cuoio li teneva saldamente legati a una slitta che trascinavano a fatica. La slitta non aveva pattini: era costruita di robusto legno di betulla e s’appoggiava sulla neve con l’intera base. La parte anteriore era rialzata come un ricciolo, così da premere e respingere la massa della neve che s’andava accumulando davanti come grandi onde marine. Sulla slitta c’era una cassa lunga e stretta assicurata saldamente con delle cinghie. C’erano anche altri oggetti sulla slitta: coperte di lana, una scure, un bollitore, una padella. Ma a risaltare, occupando la maggior parte dello spazio, era la lunga cassa bislunga.

Davanti ai cani, un uomo arrancava sulle ampie racchette di neve. Dietro la slitta, seguiva un secondo uomo. Sopra, dentro la cassa, giaceva un terzo uomo che aveva finito di arrancare: un uomo che il mondo selvaggio aveva vinto e schiacciato fino a impedirgli di muoversi e di lottare. Non è un’abitudine del mondo selvaggio amare il movimento. La vita lo offende, poiché la vita è movimento; e il mondo selvaggio mira sempre a distruggere il movimento. Fa ghiacciare l’acqua per impedirle di correre al mare; inaridisce la linfa delle piante ghiacciando i loro cuori forti; e soprattutto s’accanisce con incredibile ferocia contro l’uomo, tentando con ogni mezzo di sottometterlo e di annientarlo, poiché l’uomo è la forma più inquieta di vita, sempre in rivolta con l’ineluttabile destino che ogni movimento alla fine debba cessare.


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