Incipit #92

28 marzo 2017


Per prima cosa vi posso dire che abitavamo al sesto piano senza ascensore e che per Madame Rosa, con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea. Neanche la sua salute era un granché e vi posso dire fin d’ora che una donna come lei avrebbe meritato un ascensore.

Dovevo avere tre anni quando ho visto Madame Rosa per la prima volta. Prima non si ha memoria e si vive nell’ignoranza. La mia ignoranza è finita verso i tre o quattro anni e certe volte ne sento la mancanza.

C’erano molti altri ebrei, arabi e neri a Belleville, ma Madame Rosa era l’unica che si doveva arrampicare fino al sesto piano. Diceva che un giorno o l’altro ci sarebbe morta per quella scala, e tutti i marmocchi si mettevano a piangere, perché si fa sempre così quando muore qualcuno. Eravamo sei o sette là dentro, e qualche volta anche di più.

All’inizio non sapevo che Madame Rosa si occupava di me soltanto per riscuotere un vaglia alla fine del mese. Quando sono venuto a saperlo avevo già sei o sette anni e per me è stato un colpo sapere che ero a pagamento. Credevo che Madame Rosa mi volesse bene gratis e che ci fosse qualcosa tra noi due. Ci ho pianto su per una notte intera ed è stato il mio primo grande dolore.

Madame Rosa si è accorta che ero triste e mi ha spiegato che la famiglia non significa niente e che ci sono perfino di quelli che vanno in vacanza abbandonando il loro cane legato a un albero e che ogni anno ci sono tremila cani che muoiono così senza l’affetto dei loro cari. Mi ha preso sulle ginocchia e mi ha giurato che io ero la cosa più cara che aveva al mondo, ma io ho pensato subito al vaglia e sono scappato via piangendo.


Post Your Thoughts