Incipit #95

15 maggio 2017


Non era riuscito a togliere tutto il sangue. Una linea scura come una parentesi gli era rimasta sotto l’unghia mediana della mano sinistra. Si accinse a raschiarla via, anche se non gli dispiaceva vederla: un memento dei piaceri del giorno prima. Dopo un minuto passato inutilmente a grattare, si mise l’unghia insanguinata in bocca e succhiò. Il sapore ferrigno gli ricordò l’odore della fiumana che si era riversata brutalmente sulle piastrelle del pavimento, schizzando sui muri, infradiciandogli i jeans e trasformando i teli di spugna color pesca del bagno – soffici, asciutti e piegati con cura – in stracci zuppi di sangue.

Quella mattina i colori sembravano più accesi, il mondo un posto bellissimo. Lui si sentiva sereno e su di giri, come se l’avesse assimilata, come se la vita di lei si fosse trasfusa nel suo corpo. Ti appartenevano, una volta che le avevi ammazzate: era un modo di possedere al di là del sesso. Anche sapere che faccia avevano nel momento della morte era un tipo di intimità che andava al di là di tutto ciò che due corpi vivi potessero sperimentare.

Con un fremito di eccitazione pensò che nessuno sapeva cos’aveva fatto, né cos’aveva in mente di fare dopo. Si succhiò il medio, pacifico come non mai, appoggiandosi al muro scaldato dal tiepido sole d’aprile, gli occhi sulla casa di fronte.

Non era una bella casa. Banale. Un posto in cui vivere comunque più bello dell’appartamentino in cui il giorno prima gli indumenti induriti dal sangue erano finiti nei sacchi neri della spazzatura in attesa dell’inceneritore, e dove i suoi coltelli scintillanti, lavati con la candeggina, se ne stavano infilati dietro il tubo a gomito sotto il lavello della cucina.

Quella casa aveva un piccolo giardino sul davanti, una cancellata nera e un prato che chiedeva d’essere falciato. Due porte d’ingresso bianche erano state unite in una singola, e ciò faceva intuire che l’edificio a tre piani era stato trasformato in due appartamenti sovrapposti. Una ragazza di nome Robin Ellacott viveva nell’appartamento al piano terra. Sebbene si fosse dato un gran daffare per scoprirne il vero nome, dentro di sé la chiamava la Segretaria. L’aveva appena vista passare davanti al bovindo, facilmente riconoscibile dai capelli splendenti.


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