Incipit #97

12 giugno 2017


Piangere fa venire gli occhi belli, diceva mia nonna; peccato che ora non sia capace di spremere una lacrima. Di solito sono un uomo che piange, che scioglie il catarro nelle lacrime e ne riempie fazzoletti; i materassi sobbalzavano galleggiando sul mio muco, non è per vantarmi – né per giustificarmi, del resto. La tranvata è stata forte, il muso contro la porta quando già ero sicuro di entrare.

Non pubblicano il mio libro, non vogliono: loro che hanno il potere di dare alla luce. Era già pronto il titolo, con sorpresa, Rettifica d’amore: libro breve, maneggevole, centosessanta pagine. S’aspettavano un successo di scandalo, pare, dal precedente – che non c’è stato. Chi mi stima è sottoposto a pressioni («si è rivelato un one-book man, qui siamo a Liala»); chi è da sempre mio nemico imperversa («non ha appeal narrativo, non è permeante l’idea»). Figuriamoci se mi metto a indagare sui retroscena o (peggio) sulla “dialettica interna” alla casa editrice. Il punto è che hanno ragione. Ero così poco abituato alla felicità che ho voluto cantare come una gallina che ha appena fatto l’uovo; ma nemmeno l’atteggiamento contrario (la mia teoria della letteratura come guaito) è in grado di ottenere risultati migliori. Intelligenza forse, sofferenza di sicuro, talento neanche un po’. Il mio sbudellarmi non arriva alla sufficienza. Ma come fanno quelli che parlano d’altro, e rendono omaggio alla bellezza senza perdere la buona salute? Sto mettendo tutti in imbarazzo.

Stavo. Ora il gioco ha talmente passato la misura, c’è una tale sproporzione. “Gioco” non è la parola giusta, la sua foto che mi guarda sì – non ho tempo né voglia di trovare la parola giusta. Sto scrivendo in piedi col quaderno appoggiato alla parete, è il minimo che gli devo. Le desidero tanto, quelle rose, che si scansano per legittima difesa – è lì la radice del male. Sicché ho pianto, ma non per un giorno, per una settimana senza fermarmi; perfino mia madre, a cinquecento chilometri di distanza, ha intuito che c’era qualcosa («t’en n’e menga in del to pighi»). Non sei nelle tue pieghe. Più passavo il tempo e più mi disperavo; in me l’amor proprio s’è dilatato a spese della coscienza, lo so.

 


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