Incipit #98

19 giugno 2017


«E dai» disse Vic. «Ci divertiremo.»

«Non è vero» risposi, anche se questa battaglia l’avevo già persa da ore, e lo sapevo.

«Sarà fighissimo» disse Vic, per la centesima volta. «Ragazze! Ragazze! Ragazze!» Fece balenare i denti bianchi in un ghigno.

Frequentavamo insieme una scuola maschile nella zona sud di Londra. Anche se non si poteva dire che mancassimo del tutto di esperienza nel campo – Vic aveva avuto parecchie ragazze, e io avevo baciato tre amiche di mia sorella – si poteva però affermare tranquillamente che tutti e due parlavamo, avevamo a che fare e ci capivamo fino in fondo soltanto con gli altri ragazzi. O almeno, per me era così. È difficile parlare a nome di un altro, e non vedo Vic da trent’anni. Non sono neanche sicuro che saprei cosa dirgli, se lo incontrassi adesso.

Stavamo camminando in quei vicoli che formano una specie di sudicio labirinto dietro la stazione di East Croydon – un’amica aveva detto a Vic che c’era una festa, e lui era ben deciso ad andarci, che mi piacesse o no, e non mi piaceva. Ma quella settimana i miei erano via per un convegno, e io ero ospite a casa di Vic, perciò ero costretto ad andargli dietro.

«Succederà come tutte le altre volte» gli dissi. «Dopo un’ora tu sarai da qualche parte a limonare la più carina della festa, e io sarò in cucina con una madre qualsiasi che blatera di politica o poesia o robe così.»

«Basterebbe che tu provassi a parlarci, con le ragazze» disse. «Dovrebbe essere quella stradina là in fondo, credo.» La indicò tutto contento, dondolando il sacchetto con la bottiglia.

«Perché, non lo sai?»

«Alison mi ha detto l’indirizzo e tutto e l’ho scritto su un pezzo di carta, ma l’ho dimenticato a casa. Non importa. Lo troverò.»

«Come?» Sentii nascere in me un barlume di speranza.

«Facciamo tutta la strada» disse, come se parlasse con un bambino idiota. «E cerchiamo la festa. Facile.»

Mi guardai intorno, ma non vidi nessuna festa: soltanto case strette con macchine e biciclette arrugginite nei cortiletti di cemento; e le vetrine polverose di negozietti che puzzavano di spezie sconosciute e vendevano qualunque cosa, dai cartoncini di auguri e fumetti usati a riviste talmente pornografiche che le tenevano chiuse in buste di plastica. Ero con lui quando Vic se ne era infilata una sotto il maglione, ma eravamo appena usciti dal negozio che il tipo ci aveva beccati e gliel’aveva fatta restituire.

Arrivammo in fondo alla via e girammo in una stradina di casette a schiera. Era tutto tranquillo e deserto, in quella sera estiva. «Per te è facile» dissi. «Tu alle ragazze piaci. In realtà non hai neanche bisogno di parlare con loro.» Era vero: bastava uno di quei suoi sorrisetti sbarazzini e aveva solo l’imbarazzo della scelta.

«No. Non funziona così. Bisogna parlarci.»

Quando avevo baciato le amiche di mia sorella, non avevo mica parlato. Erano a casa nostra, mia sorella era da qualche parte a fare qualcosa, me le ero ritrovate intorno, e le avevo baciate. Non ricordo nessuna conversazione. Non sapevo cosa dire alle ragazze, e lo ripetei a Vic.

«Sono soltanto ragazze» disse Vic. «Non vengono da un altro pianeta.»

 

“Come parlare con le ragazze alle feste”


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