L’Aleph #1 – «Cade la terra» (Giunti)

4 ottobre 2015


Poetiche dello spazio

di Davide Borgna

 

Al giorno d’oggi il titolo di scrittore non ha più lo stesso fascino di un tempo. Professarsi romanziere è inflazionato; ma dire di essere un’abbandonologa fa indubbiamente un certo effetto.

Tale è Carmen Pellegrino, scrittrice e studiosa campana. Abbandonologo è, nella definizione coniata dalla Treccani, “chi perlustra il territorio alla ricerca di borghi abbandonati, edifici pubblici e privati in rovina, strutture e attività dismesse (luna park, orti, giardini, stazioni, ecc.), di cui documentare l’esistenza e studiare la storia.”

L’esordio della Pellegrino per Giunti, Cade la terra, può considerarsi il manifesto letterario di questa professione che è anche attitudine, disposizione dello sguardo.

 

Ad Alento – paese che sta al Mezzogiorno come certi villaggi “magici” all’America latina – la popolazione vive in balia di un terreno fluttuante che governa la geografia del borgo e i destini degli abitanti, i quali vi si sottomettono con mesta rassegnazione come a una forza imperscrutabile, incarnata dalla Madonna della Frana oggetto di pietosa devozione.

Estella, assunta come governante dall’aristocratica famiglia de Paolis, setaccia il paese ormai deserto per conservarne gli scampoli di memoria. E, dalla fatiscente dimora in cui ha scelto volontariamente di tumularsi, ospita gli abitanti in un convivio spettrale, rinnovando ostinatamente la storia del borgo.

Così, dopo la prima parte incentrata sul declino di casa de Paolis, il romanzo si libra e assume un impianto corale nella seconda parte (“L’attesa”), componendo un ciclo dei vinti che ha il sapore dell’evocazione, tra il fatalismo verghiano e l’Antologia di Spoon River.

 

A ben guardare, in Cade la terra sono i vivi, ben più che i morti, ad avere una consistenza spettrale. Ce l’hanno Estella, chiusa in un passato turbolento e in un’indole restia a far germogliare i sentimenti, e Marcello, prigioniero del disprezzo secolare per i “bifolchi”.

Paragonati a chi resta, i fantasmi accolti nell’ultima parte (“La cena”) possiedono una soavità e una saggezza bonaria che smontano la pretesa di Estella di vincolarli a una realtà in sfacelo: “Se non riuscite a fare a meno di noi” – dice uno degli spiriti – “chiamateci pure, ma non per ricordarci chi siamo. Chiamateci per farci indossare abiti di vento. Toglieteci da questa pena di polvere, è insano lasciarci bocconi. Fateci camminare in mezzo a voi con passi burattini, leggeri e volubili”.

 

 

Che il culto dei defunti sia soprattutto un palliativo per i vivi non è certo un’idea nuova, ma ciò che spicca è la pacatezza con cui la Pellegrino elude le tentazioni mortuarie: una volta che vita e morte sono entrambe passate, i defunti “preferiscono accasarsi nei rovi, tra gli alberi che fremono, dentro l’acqua che scorre”.

I veri protagonisti, quelli che restano, sono le dimore, i focolari, le stanze. E qui l’abbandonologia si sposa con il nitore della scrittura che dà alla casa un accento umano, coerente con l’idea espressa da Gaston Bachelard in un illuminante saggio sul tema: la casa è centro d’immagini intime, luogo votato alle fantasticherie (rêveries) del riposo e della protezione.

In sintonia con l’eroismo bachelardiano[1], le abitazioni di Cade la terra resistono caparbiamente all’usura: “La casa respira a fatica, sembra un animale morente; si sforza di tenere ferme le travi, stringe le pareti come fossero braccia attorcigliate a un ventre. A fatica esala un respiro, poi un altro. L’acqua che viene giù dal solaio ha la consistenza del sudore; sudore gelato che scorre lungo i muri ancora ornati a festa, ammolla le greche, oltrepassa i dipinti che non riescono a trattenere il colore e lo lasciano scendere”.

 

In questa tenacia si esprime la sensibilità per gli spazi dell’autrice, che si fa testimone della loro persistenza: le case, come i romanzi e le altre opere d’ingegno, sono tracce del nostro passaggio sulla terra. E se è vero che un giorno cadranno, esse “per il momento resistono”.

 

[1] “In tal modo, contrapposti all’ostilità, alle forme animali della tempesta e dell’uragano, i valori protettivi e di resistenza della casa sono trasposti in valori umani. La casa acquista le energie fisiche e morali di un corpo umano, incurva la schiena sotto i rovesci, tende le reni. Sotto le raffiche, si piega quando occorre piegarsi, sicura di risollevarsi in tempo, negando sempre le sconfitte provvisorie” (G. Bachelard, La poetica dello spazio, Edizioni Dedalo, Bari 1975, p.73).

 


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