L’Aleph #2 – «Sembrava una felicità» (NN Editore)

17 ottobre 2015


Frammenti di un discorso amoroso

di Davide Borgna

 

Se è vero che la capacità di sintesi e di selezione è fra i criteri che dovrebbero ispirare una recensione, parlare di Sembrava una felicità di Jenny Offill si annuncia da subito un compito arduo: impossibile scegliere un’etichetta che lo riassuma – Romanzo? Taccuino? Zibaldone? Album di famiglia? Esercizio spirituale?

Più onesto e proficuo è ammettere che il libro è tutte e nessuna di queste cose al tempo stesso, e che solo una definizione unica, creativa poteva condensarne la natura stratificata: a ciò ha pensato l’autrice coniando il termine Ufficio pensieri (Dept. of Speculation è il bellissimo titolo originale).

 

Cuore e mente del testo è una donna, senza nome ma tutt’altro che anonima, anzi vivace, intelligente, ricettiva, una giovane newyorkese il cui sogno è diventare un “mostro d’arte”.

Andrà, come spesso avviene, diversamente. La protagonista passa per la storia già vissuta da molte, attraverso le consuete stazioni: innamoramento, matrimonio, maternità, prigionia, tradimento, alienazione, rinascita (quest’ultima appena intravista dietro una neve sospesa e impalpabile).

 

Niente di nuovo sotto il sole, si dirà. Ma laddove un altro romanzo si sarebbe avvalso d’un impianto mimetico tradizionale, la Offill scompone il racconto in “cellule” nelle quali la voce narrante si divide e si camuffa dietro una miriade di pillole filosofiche, scientifiche, letterarie. L’eroina è una Madame Bovary che, anziché rifugiarsi nel mondo pericoloso della finzione romanzesca, cerca un sostegno nel sapere umano sedimentato attraverso i millenni. Per capire, per capirsi, per comprendere gli altri anche nel suo momento più nero.

 

Hitchcock una volta disse che il cinema è la vita con le parti noiose tagliate: tale pregnanza ed economia ben si addicono a Sembrava una felicità. Ognuna delle “cellule” ha il nitore e l’esattezza di un racconto, di una precisione che sarebbe piaciuta a Carver. Ma i frammenti non valgono solamente di per sé: la loro giustapposizione, senza raccordi che smorzerebbero la tensione espressiva, crea effetti a volte raggelanti, a volte romantici, a volte ironici o buffi. Una versione letteraria del celebre effetto Kulešov:

 

“Cosa hai fatto oggi, mi chiedevi quando tornavi a casa dal lavoro. E io mi sforzavo di tirare fuori un aneddoto qualsiasi.

 

Ho letto di un esperimento sulla deprivazione del sonno. I ricercatori avevano creato delle piccole isole di sabbia al centro di una piscina e ci avevano messo sopra dei gatti esausti.

Gli animali si erano raggomitolati per bene sulla sabbia e si erano addormentati, ma poi, nel sonno, a furia di stirarsi finivano in acqua. Non ricordo bene cosa stessero cercando di dimostrare. Mi è rimasto solo impresso che i gatti erano impazziti”.

 

Di nuovo, l’insufficienza del recensore viene a galla: già, perché è davvero difficile parlare di questo tutto senza citarne le parti, senza dar conto della maestria di Jenny Offill nell’alternare i registri: l’autrice sa quando calcare la mano, quando essere spietata e quando tenera, quando forzare i limiti della lingua scritta trasformandola in mosaico d’anima (come nella stordente pagina 83: “Come ti senti? cosìspaventatacosìspaventatacosìspaventata…”) e quando indulgere al lirismo: a pagina 63 parte la più bella ninna-nanna della narrativa recente. Citarne uno stralcio non le renderebbe giustizia.

 

In tempi in cui si discorre di metamorfosi del romanzo, della necessità per la narrativa di farsi più elastica, più multimediale, più social, Sembrava una felicità indica una strada percorribile.

Ci piace auspicare che il romanzo della Offill, letto d’un fiato, non sia uno di quei libri che si consumano per poi confinarli in libreria, ma diventi un testo da tenere sul comodino e da sfogliare a caso ogni mattina, come Hagakure o gli aforismi di Schopenhauer, per arricchire e adornare il nostro ufficio pensieri.


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