L’Aleph #3 – «La resistenza del maschio» (NN Editore)

1 novembre 2015


La geometria del sentimento

di Davide Borgna

 

Elisabetta Bucciarelli non è nuova agli intrecci e alle atmosfere del noir. Anche se, da scrittrice, non ha mai nascosto che per lei il noir vale come punto di partenza piuttosto che come punto d’approdo, o, per dirla con Grotowski, come “trampolino di lancio”.

Questo parlare di punti non è un vezzo metaforico: il punto infatti è l’entità fondante della geometria, e La resistenza del maschio è un libro intimamente geometrico, che vive di misurazioni, distanze, prospettive, sperimentazioni ed eversioni dello sguardo.

 

Come s’innesta tutto ciò su un racconto di genere? Bachelard ha detto che per conoscere un sistema filosofico è utile scovare l’aggettivo che lo rappresenta. Pensando al noir, l’aggettivo che mi viene in mente è fatale. In questo genere di storie, fatale è tipicamente la donna, che con la sua apparizione incrina, turba, stravolge l’esistenza del protagonista maschile. Così accade pure nella Resistenza, dove la collisione mancata fra due auto congiunge i percorsi di un Uomo e di una donna. L’incidente avviene in una cornice urbana e notturna (altra coppia di aggettivi cara al noir) che appare scarnificata, ricondotta alle componenti geometriche basilari, rasente l’astrazione: “Periferia sud orientale di Milano. Nonostante la notte il buio non c’è. Lampioni e insegne, un impasto giallo raffreddato dai neon. Rumori in rilievo, forme degli edifici ortogonali e svuotate”.

 

Accade che l’immagine di questa donna, trasportata in ospedale in stato d’incoscienza, s’incolli alla mente dell’Uomo. Per lui, che si occupa di arte e di architettura, essa ha il fascino perturbante di un quadro preraffaellita. L’Uomo la cerca, la trova, dà inizio a un balletto fatto di strette e separazioni, di spiragli e chiusure.

 

Fatalità è anche ciò che porta tre donne, molto diverse tra loro, ad attendere nella stessa sala d’aspetto. Simili al coro di un dramma antico, Marta, Silvia e Chiara ingannano il tempo chiacchierando di maschi, di un maschio in particolare: quello che si nega, che resiste, che sfugge i suoi doveri, in primis quello di farsi padre (ironicamente, “fertilità” è una delle parole preferite dall’Uomo protagonista).

 

Ecco allora che dal trampolino noir il romanzo si tuffa in una geometria dei sentimenti. L’Uomo sa schizzare cattedrali, conosce il valore dei pieni come dei vuoti, l’importanza del levare per dar corpo ai momenti. Insegue un ideale di autonomia e di perfezione.

È proprio nel divergere dei due modelli di pensiero, delle due geometrie, che la Bucciarelli trascende i limiti del genere: la forma del noir è quella del cerchio, chiusa, inesorabile, spesso tragica. Ma la conclusione schiva con leggerezza, quasi irridendola, tale chiusura del cerchio. Al contrario, la geometria di cui si fa interprete l’Uomo crea un punto di fuga, una smagliatura delle forme rigide e convenzionali. La geometria sentimentale supera quella del noir: il desiderio ha bisogno di apertura, di spazio, di continua mancanza. Non si può congelare fra i reticoli perfetti di una pala rinascimentale, né dentro un vacuo astrattismo. Il desiderio è una curva infinita, e come spesso accade nelle storie, sta al lettore immaginarsi dove condurrà.


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