L’Aleph #4 – «Nel mondo a venire» (Sellerio)

15 novembre 2015


Sempre uguale, leggermente diverso

di Davide Borgna

 

C’è una parola che ricorre nell’ultimo romanzo di Ben Lerner: è la parola “propriocezione”, indicante il “complesso delle funzioni dei recettori e dei centri nervosi che consentono l’acquisizione di informazioni sullo stato degli organi interni, con esclusione di quelli cavi”.

Organo cavo è il cuore, del quale all’inizio del romanzo viene diagnosticata al protagonista una patologia chiamata sindrome di Marfan, in sostanza una dilatazione della radice aortica che lo pone a rischio di aneurisma fulminante. La scoperta ha l’effetto di orientare i recettori del personaggio verso l’esterno, rendendolo più che mai sensibile allo spettacolo della realtà circostante.

 

Nel mondo a venire è la trascrizione di questo spettacolo, un romanzo impressionista il cui Io narrante è quasi famelico nel cogliere stimoli che gli appaiono preziosi, irripetibili. La realtà vibra di continuo attorno al protagonista, ricombinandosi in modi e circostanze imprevedibili: come quando l’Io narrante (o meglio, il suo vicario letterario) ha una breve, acuta esperienza di sovrapposizione temporale davanti a un lampione di Brooklyn Heights: “l’aria fredda e la luce a gas dei lampioni gli diede per un attimo la sensazione di aver viaggiato all’indietro nel tempo, o di vivere in due epoche distinte sovrapposte, due realtà temporali accavallate. No: era come se la fiammella del lampione a gas davanti al quale si era fermato stesse bruciando contemporaneamente nel presente e in diversi passati, nel 2012 ma anche nel 1912 o nel 1883, come se fosse un’unica fiamma che guizzava simultaneamente in ciascuna di quelle epoche, collegandole”.

 

In tal senso, acquista valore il fatto che il protagonista sia uno scrittore (un poeta per la precisione, anche se sta lavorando a un romanzo): cos’è infatti la scrittura, se non la capacità di osservare e assorbire il mondo, ricreandolo così com’è ma leggermente diverso? Cos’è la poesia se non un ricombinarsi della realtà intorno a un Io?

Di questa ricombinazione Lerner dissemina esempi nel racconto, come quello dei pezzi d’arte che Alena, l’amante del protagonista, raccoglie ed espone nel proprio loft: oggetti danneggiati, che hanno perduto il loro valore sul mercato e lo status di “opere d’arte”, ma che proprio per questo guadagnano una potenza inedita, di manufatti svincolati dalle logiche del capitale.

 

Con le sue elucubrazioni vagamente nevrotiche sull’arte, sull’economia e sui rapporti, il protagonista ha qualcosa di Woody Allen, quello di Manhattan, che guarda caso è lo scenario del romanzo. New York, santuario di molti narratori americani, diventa in Lerner un organismo vitale, un reticolo d’interconnessioni, un groviglio di sinestesie. Per dirla con il protagonista: “Io potevo avere solo un’esperienza urbana del sublime perché solo in quel caso la grandezza incalcolabile era frutto di un’intuizione collettiva”.

 

Un narratore elucubrante, quindi, forse troppo – l’impressione è che persista una certa “letterarietà” di fondo. Per fortuna non mancano i momenti più empatici e buffi: come quando lo spaesato maschio senza famiglia accompagna Roberto, il ragazzino cui dà ripetizioni, al Museo di Storia Naturale, atterrito dalla responsabilità che ciò comporta; o quando imbastisce un rapporto sessuale con la sua migliore amica Alex, che ha trentasette anni, è single ma desidera un bambino.

Tramite l’osmosi tra Io e mondo, tra arte e vita, Nel mondo a venire si proietta verso il futuro; la passeggiata conclusiva per New York ha il tono di una profezia (il passaggio, magistrale, dal presente al futuro), la rottura della quarta parete avviene con garbo, senza toni esagitati, con il narratore che si rivolge a noi (“voi”) sorridente, precario come tutti, ma proprio per questo fratello: sono con voi, e so com’è.

 


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