L’Aleph #5 – «Io sono Alfa» (Frassinelli)

29 novembre 2015


Noi siamo l’Omega

di Davide Borgna

 

Al centro del nuovo romanzo di Patrick Fogli, Io sono Alfa, c’è il ritratto impietoso di una società succube della paura. Una paura primitiva, ancestrale, simile al terrore che si prova quando, precipitati in una grotta sotterranea, udiamo uno squittire sinistro nell’oscurità; o al gelo di certi incubi nei quali il corpo è paralizzato, incapace di fuggire; o alla sensazione che qualcosa gratti contro la porta, a pochi passi da noi.

 

È Gualtiero, uno dei protagonisti, a illustrare questo terrore infantile: “Da bambino”, dice, “mia madre mi lasciava spesso solo. Erano anni difficili, lei lavorava nei campi, si alzava presto e dovevo arrangiarmi. Il peggio era alla mattina, quando non andavo a scuola. Mi svegliavo con la casa buia, deserta. Per lunghi momenti non riuscivo a muovermi. Restavo a letto e tiravo su le coperte, infilavo la testa sotto e aspettavo che accadesse qualcosa. Era un rifugio inutile, lo sapevo bene, ma non riuscivo a fare altrimenti”.

È questo genere di paura, quello che induce a tirarci le coperte fin sopra la testa, l’obiettivo di Alfa. Perseguito con volontà, disciplina, metodo. Con ogni mezzo concepibile, dalle bombe fino agli assalti in strada. E cosa succede quando la paura che ognuno di noi si porta dentro dall’infanzia diviene l’unico principio su cui strutturare la comunità?

 

Io sono Alfa conferma la veridicità di quanto affermato da Leonardo Sciascia, ovvero che leggere implica fare i conti “con tutto ciò che tra una lettura e l’altra è passato su quel libro e attraverso quel libro, nella storia umana e dentro di noi”. Nel suo romanzo, Fogli guarda indietro, alle stragi, al terrore nero (il nero è il colore dominante: anche nella sua negazione conclusiva), ma guarda anche al presente; e, alla luce dei fatti di Parigi, lo sguardo di Alfa appare tragicamente rivolto al futuro.

Ciascuno di questi piani temporali, preso singolarmente, limiterebbe la visione del romanzo. È la loro compresenza, la loro inestricabilità, ad alimentarne la suggestione.

 

Di fronte agli attentati, i vincoli sociali si allentano, si rattrappiscono, s’instaura un regime di coprifuoco e polizia. I vertici della collettività, gli organi di governo, lo Stato, appaiono tramortiti dallo stesso terrore. Un terrore che scaturisce dalla mancanza di comprensione: Alfa è onnipotente e imperscrutabile, non si può controllare, scandisce da sé il calendario dei tempi nuovi con cicli di letargo e distruzione.

 

La comprensione è appannaggio di pochi: di Paolo e Gualtiero, il giornalista e l’onorevole, esponenti di quella che è (dovrebbe essere) l’autoscoscienza della comunità. La comprensione, lungi dal recare sollievo, fa sorgere un’inquietante domanda: cos’è Alfa, in definitiva? Il sintomo o il male? La causa o l’effetto? La risposta suona come un epitaffio: Alfa siamo noi.

 

Alfa esisteva molto prima che le bombe esplodessero e i proiettili mietessero vittime. Alfa è “i Compro Oro, la televisione del pomeriggio, gli scontrini di un politico che chiede rimborsi per i cioccolatini, il non paghiamo il debito perché l’Islanda lo ha fatto, la democrazia di Internet, la pubblicità del gioco d’azzardo che ti fa sentire un pezzente, i falsi ciechi che guidano la macchina, l’uomo in divieto di sosta che picchia il vigile che lo multa, i divi da operetta trasformati in filosofi, gli uomini che uccidono le donne, l’evasione fiscale che va combattuta, prima quella del vicino, però, una banca che richiede in garanzia il triplo del mutuo che concede”.

Alfa è quanto abbiamo costruito sommando tante piccole colpe individuali, unendo molte teste girate dall’altra parte. È l’Omega creato per riportarci alle nostre dimensioni originarie, di piccole, fragili creaturine nate in una caverna buia, prigioniere di un mondo pronto ad aggredirci in quel giaciglio freddo e scuro.


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