L’Aleph #6 – «Lo Scuru» (Tunué)

13 dicembre 2015


 

Gotico siciliano

di Davide Borgna

 

Quella di Razziddu Buscemi, picciriddu nella decadente Butera, poi giovane e solitario pescatore, è un’esistenza segnata da Numi inquietanti. Tra questi vi è Nonna Concetta, invasata da un credo sanguigno, dedita all’esorcismo del nipote, figlio del peccato, mediante terribili riti penitenziali; vi è il Mediterraneo, ventre maligno che ha inghiottito il padre di Razziddu, che sulla sua barca traghettava migranti dalla pelle scura; vi è, soprattutto, quella che il protagonista chiama la “Trinità perseguitante”: il Diavolo, la Statua e lo Scuru, quest’ultimo una sorta di demone privato che bisbiglia all’orecchio del protagonista pensieri velenosi e torridi.

 

Per l’esordio di Orazio Labbate, Lo Scuru, è stata citata la tradizione del gotico americano di Faulkner e McCarthy. Fra i narratori del Sud merita la menzione anche Flannery O’Connor, per la sua accesa religiosità e il senso di mistero che circonda la presenza del Male nel mondo. Labbate si spinge oltre, squarcia la cortina del mistero per far emergere le forze oscure al di là di essa: Razziddu è accerchiato dalle tenebre, simili a spauracchi appostati oltre il cerchio di luce dei lampioni; neppure l’amore per Rosa, incontrata accidentalmente, è in grado di lenire i suoi tormenti.

 

Alla fine, Razziddu capirà che l’unico modo di scacciare gli spauracchi è ricorrere all’esorcismo, eredità di nonna Concetta. Sopprimere le divinità maligne attraverso il rito del fuoco.

 

Gotico siciliano è quindi una definizione calzante per l’opera di Labbate. Basti vedere la descrizione orrorifica che egli fa del Signore dei Puci, tra le creature più potenti del suo pantheon oscuro: “vitti un mostro con i capiddi rossi infernali e la fàcci come un teschio di bue delle campagne di Gela”. Poco dopo: “C’aveva una barba rigida, la statua, come cannamela essiccata, e il mento verdognolo, appuntito, caricato di veleni di biscia affinché a nessuno venisse in mente di succhiarlo. E invece si raccontava che le vedove si affrettassero a leccarlo per fare il mimu alla morte, ché volevano vedere i propri mariti dipartiti.

Attorno alla testa s’avviluppava una corona di spine, purtusanti, e sul cranio un canovaccio finto, i capiddazzi secchi, d’una fibraccia scarsa, tinti del colore dell’arancia sanguigna. I polsi, bianchissimi, erano magri e le ossa si sbriciolavano sotto il peso delle catene che sbattevano sul vestito blu elettrico”.

 

Non è soltanto la Trinità perseguitante a opprimere l’atmosfera. Il paesaggio siciliano, fatiscente, sepolcrale, nei momenti migliori funge da cassa di risonanza accordandosi alla psiche straziata del personaggio (“Diddentro me stesso tutta la solitudine risaliva partendo dai paesaggi polmonari delle campagne di Desusino che immaginavo soffocassero alla vista di quel mare che sbirciavo lontano oltre la pianura gelese”).

 

Se l’influsso degli autori americani è palese, Labbate si smarca vigorosamente dal periodare asciutto in favore di una prosa espressionista; la sua lingua è feroce, aguzza, urticante; esercita un fascino torbido sul lettore sia quando lo aggredisce, sia quando si chiude, potremmo dire, nell’omertà, fra i suoni angusti del dialetto siciliano; una scrittura che non rinuncia mai a ferire, senza concederci requie per l’intera durata di questo viaggio nelle tenebre.


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