L’Aleph #7 – «La questione più che altro» (Nottetempo)

27 dicembre 2015


La sostenibile leggerezza dell’essere

di Davide Borgna

 

La protagonista del primo romanzo di Ginevra Lamberti, La questione più che altro, si chiama Gaia e abita in una valle a nord della provincia di Treviso, in una casa le cui mura “sono impermeabili al calore e condiscendenti con l’umidità che, a ogni stagione, si presenta in forma di roseto nero agli angoli delle stanze”. Nella valle, fondamentalmente, impera la noia. Le figure più pimpanti del circondario sono le vecchie armate di bastone che, al passeggio, amano spappolare i lumaconi senza guscio detti slacaj. Così, per rammentarsi che esiste qualcuno più inerme di loro.

 

Confinata in un tempo immobile che ha nelle vacanze la sola illusione di movimento (“mancano diciannove giorni a Natale, venticinque a Capodanno”), Gaia si misura con le difficoltà tipiche dei suoi coetanei: studio, famiglia e lavoro, ancora lavoro, sempre lavoro. Alla ricerca di un impiego, la protagonista lascia la valle e in una moderna quest cavalleresca approda nelle steppe di Venezia Mestre, “che forse sarebbe più appropriato chiamare Mestre e basta”, giungendo infine a Venezia-Venezia.

 

Se la virtù di uno scrittore sta non tanto in cosa dice, ma in come lo dice, Ginevra Lamberti possiede il dono della levità. Levità non significa frivolezza, e neppure assenza di peso: anzi, La questione più che altro riesce a farci avvertire la gravità ineluttabile delle cose e, al tempo stesso, ad alleggerirle quanto basta da poterle prendere sulle spalle.

 

Di suo padre, Gaia afferma che è “impossibile impedirgli di scherzare quando la situazione è seria e/o molto seria, ma soprattutto quando è triste”. Si può dire lo stesso della Lamberti, capace di narrare l’esistenza (nei suoi drammi grandi e piccoli: il precariato, ma soprattutto la precarietà ultima, fatale, di tutti noi) con tocco leggero e acuminato insieme. Tra i momenti di cattiveria sublime, vi sono quelli in cui descrive l’inferno contemporaneo per eccellenza: il call center, dove Gaia viene assunta come operatrice outbound (“Pare infatti che i dirigenti dell’azienda siano coach esperti di un insieme di tecniche, le quali sono raccolte anche in vari manuali, utili a spiegare come dentro di te ci sia la forza per convincere i tuoi interlocutori del fatto che ciò che dici è la sacrosanta verità. Mentre ci racconta le parabole, la Psicologa è graziosa e curata in tutti i modi del fare e del parlare, ma a volte si distrae e la faccia le si trasfigura in qualcosa che sono abbastanza sicura di aver visto in una puntata di X-Files”).

 

Non mancano passaggi meno graffianti, più teneri, come quando Gaia coglie occasionali squarci di poeticità offerti dalla Laguna, a beneficio dei romantici distratti che la popolano. Con i suoi paesaggi sospesi fra terra, cielo e acqua, Venezia è la cornice ideale del romanzo: nel mondo in cui ci è toccato vivere, è arduo tenere i piedi ben piantati a terra, ed è quasi impossibile volare. Si può arrivare, però, con sommo sforzo, a galleggiare.

 

In questa levità, nella leggerezza sostenibile, sta anche la medicina che l’arte può dare alle nostre anime precarie.


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