“L’arte di narrare” di James Salter

17 ottobre 2017


Fra terra e cielo 

di Davide Borgna

 

 

Si può condensare in un libretto di appena cento pagine quel processo misterioso che va sotto il nome, un po’ altisonante, di “arte di narrare”?

James Salter (1925-2015) esordisce in narrativa nel 1957 dopo dodici anni passati nell’aviazione americana. Ha scritto sceneggiature per il cinema, romanzi come Una perfetta felicità e Tutto quel che è la vita (pubblicati da Guanda), e due raccolte di racconti: con una di queste, Dusk and Other Stories, ha vinto il PEN/Faulkner Award nel 1989.

Nel ragionare di scrittura e storie, l’ex pilota vola basso e ammette: “A dire il vero non credo che si possa insegnare come si scrive un romanzo, e comunque non certo in un’ora”.

Cosa c’è quindi nel suo L’arte di narrare (Guanda, 2017)? C’è anzitutto una cerchia di maestri che ammira e nei quali si rispecchia. “Gli scrittori che mi piacciono sono quelli capaci di osservare le cose da vicino”. Tra questi Flaubert, Maupassant, Hemingway, Babel’, Céline (con le sue formidabili aggressioni linguistiche). Di ciascuno Salter esamina le peculiarità e il metodo di lavoro, spesso eccentrico: da Flaubert che in casa aveva una stanza apposita (“il suo urlatoio”) per rileggere a voce alta frasi e paragrafi, a Céline che “lavorava a un tavolo da cucito sul quale aveva teso una corda da bucato per appendervi i capitoli del libro man mano che li scriveva”.

Ci sono poi i problemi legati alla stesura di un romanzo – l’incipit, la costruzione dell’intreccio, il disegno dei personaggi, il lavoro sulla lingua –, che Salter affronta senza mettersi in cattedra, raccontando quel che l’esperienza e il buon senso gli hanno insegnato. La cosa più difficile è forgiare uno stile, trovare quella voce che ti renda riconoscibile fra tanti. “Mi sembra che sia lo stile a resistere al tempo”.

E poi c’è la vita, quella che entra di prepotenza nell’arte e a cui l’arte ritorna. Chi vuole scrivere deve prepararsi al rifiuto e all’incomprensione. Salter racconta così la scelta di lasciare l’Aviazione per fare lo scrittore a tempo pieno: “Le mie dimissioni furono accettate con indifferenza, come se avessi restituito un paio di scarponi. […] Il mio ex capo squadriglia, un uomo che rispettavo e a cui piacevo, era di stanza a Washington, e lo chiamai. Mi invitò subito a cena. Gli raccontai cosa avevo appena fatto e perché, e quello che speravo di fare. «Sei un cretino» disse”.

La prosa di Salter, asciutta ed elegante, ci accompagna in questa passeggiata tra i sentieri narrativi e invita l’aspirante scrittore a non mollare, a continuare a leggere, studiare, lavorare. Con i piedi ben piantati a terra ma lo sguardo ai cieli della letteratura.


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