L’uomo, animale narrante

7 marzo 2015


“Immaginiamo che vi siano soltanto due tribù umane che vivono fianco a fianco in qualche valle dell’Africa. Sono in competizione per le stesse risorse, non infinite, dunque una tribù gradualmente si estinguerà e l’altra erediterà il pianeta. Una si chiama Tribù della Pratica, l’altra Tribù delle Storie. Sono uguali sotto tutti gli aspetti, tranne quello indicato dai rispettivi nomi.

La maggior parte delle attività della Tribù delle Storie ha una chiara spiegazione biologica. I suoi membri lavorano, cacciano, raccolgono, si cercano un compagno o una compagna, li proteggono gelosamente. Allevano la prole, stringono alleanze e stabiliscono gerarchie dominanti. Come quasi tutti i cacciatori-raccoglitori, hanno un’enorme quantità di tempo libero, che riempiono con il riposo, i pettegolezzi e le storie, storie che fanno volare la mente e danno loro grande piacere.
Anche i membri della Tribù della Pratica lavorano per mettere cibo nello stomaco, accoppiarsi e crescere i figli. Ma quando gli appartenenti alla Tribù delle Storie tornano al villaggio per divertirsi a inventare strane fantasie su personaggi inesistenti ed eventi inesistenti, quelli della Tribù della Pratica continuano a lavorare. Cacciano di più, raccolgono di più, amoreggiano di più. E quando sono allo stremo non sprecano il loro tempo a raccontarsi storie: si stendono e si riposano, rigenerando le proprie energie per attività utili.

Naturalmente sappiamo qual è stato il finale di questa storia. La Tribù delle Storie ha prevalso. La Tribù delle Storie siamo noi. Ammesso che quell’altro popolo rigorosamente pratico sia mai esistito, ora non esiste più. Ma, senza il senno di poi, la maggior parte di noi non avrebbe forse scommesso sulla sopravvivenza della Tribù della Pratica a spese di quei perdigiorno della Tribù delle Storie?
Il fatto che non sia andata così costituisce l’enigma della finzione, il mistero del nostro inspiegabile istinto a narrare.”


Post Your Thoughts