L’Uomo Visibile #10 – Ida (2013)

3 maggio 2015


L’anima e la carne

 

Vincitore dell’Oscar 2015 come Miglior Film Straniero, Ida – diretto da Paweł Pawlikowski, scritto dal regista con Rebecca Lenkiewicz – è ambientato in Polonia negli anni Sessanta.

 

La protagonista, orfana cresciuta in convento, si accinge a prendere i voti ma, su esortazione della madre superiora, deve prima recarsi in città a conoscere la sua unica parente in vita, Wanda Gruz.

La rivelazione della zia, asciutta e spiazzante – “Sei ebrea” – ha su Ida l’effetto di un sasso gettato nello stagno, producendo increspature che ne turbano l’esistenza finora trascorsa nella pace claustrale. Lei e Wanda decidono di visitare il vecchio podere dei genitori (i Lebenstein, morti durante la guerra) per trovare il luogo dove sono sepolti, mai scoperto.

 

In un’epoca costellata di appelli a “non dimenticare”, ciò che sfronda Ida di qualsiasi retorica è il pudore del racconto, autoriale nella misura in cui ciò significa rigore di contenuti e sobrietà di linguaggio. Il bianco e nero della messa in scena – mansueto, immobile – corrisponde al grigiore del tempo che, strato dopo strato, è calato sui luoghi e le vite degli uomini, espropriandoli del ricordo.

Per Pawlikowski la memoria non è un lascito bensì qualcosa che va conquistato e preservato; ciò vale anzitutto per coloro che dal passato sono stati feriti, per le vittime prima che per le future generazioni.

 

In tal senso la chiave del film (e la sua freschezza) sta nel rapporto fra Ida e Wanda: quest’ultima è un giudice responsabile della condanna di molti “nemici del popolo”, alcolizzata, oppressa dal dolore e dal senso di colpa. È lei che, con la sua ferocia inquisitoria – bruschi colpi alla porta, interrogazioni spietate – trascina la reticente Ida alla ricerca delle sue origini. Tanto Wanda è passionale e sanguigna (“Wanda la sanguinaria”) quanto Ida è estraniata, rigida e desiderosa soltanto di ritrarsi dal mondo.

Dal contatto con Wanda la protagonista trae non solo la scoperta della propria identità; entra anche in contatto con i “pensieri peccaminosi” (leggi: la vita) sicché, al termine del viaggio, si può dire che Ida abbia vissuto per la prima volta. Memorabile la sua iniziazione alla passione carnale, affidata a poche, reticenti inquadrature: il gesto di sciogliersi i capelli di fronte allo specchio, un frettoloso saluto il mattino seguente: ancora l’autorialità come cifra narrativa.

 

Culmine del viaggio delle due donne è la riesumazione, metaforica e letterale (la scena delle ossa nella foresta, che si consuma in un’atmosfera sacrale) del passato, che riporta alla luce la tragedia dei Lebenstein e del popolo ebraico.

Nell’assumere questa tragedia su di sé, Wanda e Ida sceglieranno strade opposte.

 

La conclusione del film vede il passaggio di consegne quando la protagonista, rinunciando alla cerimonia dei voti, veste con un certo impaccio i panni della zia (tacchi, abito, sigaretta, bottiglia), in un’operazione che è al tempo stesso religiosa e mondana (ricevere la sofferenza degli altri, martirizzandosi / accogliere la vita nella sua pienezza).

Ida si concede all’amore, dopodiché indossa nuovamente il velo da novizia e si incammina per la campagna, presumibilmente verso il convento.

 

Qualunque sia la scelta del personaggio, esso ha interiorizzato l’insegnamento di Wanda: per compiere un sacrificio bisogna sapere a cosa (e in nome di che) si sta rinunciando.

 


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