L’Uomo Visibile #11 – Mia Madre (2015)

10 maggio 2015


Domani

 

In una delle sequenze-chiave di Mia madre, durante la conferenza stampa tenuta per presentare il suo ultimo film, Margherita (Margherita Buy) riceve l’omaggio di un giornalista che la indica come punto di riferimento per un cinema “dell’impegno”: a differenza di altri colleghi la cui carriera è scivolata nell’intimismo, lei ha saputo conservare una presa sul sociale, uno sguardo lucido e focalizzato sui nostri tempi e…

 

… Moretti, avvalendosi di un concerto di voci confuse e frammischiate (stratagemma che ricorda la sequenza del conclave in Habemus Papam) ci trasporta nell’interiorità di Margherita, tramutando la scena in un’allucinazione grottesca. La protagonista si abbandona a una desolata confessione: sono anni che si aggrappa agli slogan sul sociale e al cinema della realtà.

Ma tutto ciò ha davvero un senso?

 

Ecco, si sarebbe tentati di leggere la figura di Margherita – ruolo cucito addosso alla Buy, che ne esalta virtù e vizi – come sineddoche del cinema nostrano, che da anni sembra vivere la schizofrenia tra una produzione di forte levatura civile e morale e una filmografia minimalista, chiusa nel bozzetto o nella ripetizione stantia di formule di genere (i fantasmi della commedia all’italiana).

Entrambi questi filoni derivano dalla stessa radice, dal glorioso passato nazionale che è un po’ la “madre” cinematograficamente intesa, così come Ada è il genitore naturale da cui Margherita trova inconcepibile separarsi.

 

Certo è che Moretti rifiuta qualsiasi griglia narrativa; Mia Madre somiglia davvero a un canto del cigno nella misura in cui la morte, con la sua presenza, fa apparire la vita per quel che è: fragile, inconcludente, provvisoria.

E il film è proprio questo, disorganico e libero, spontaneo come la vita stessa – un film che solo un autore approdato alla piena maturità può concedersi.

 

A questo punto, sorge spontanea una domanda: può il cinema ovviare all’incompletezza della vita? Sembra di no, almeno a giudicare dalle riprese del film di Margherita (di cui non conosceremo mai il termine, né la risposta di pubblico).

La macchina dei sogni somiglia più a una pantomima, a un’illusoria e disorganizzata messinscena che non riesce ad allontanare lo spettro della morte – neanche quando assume la buffoneria irresistibile di un John Turturro.

 

Forse il cinema, però, è quel balsamo che ci permette di assumere per qualche ora una giusta distanza, di vivere – parafrasando il motto caro a Margherita – nella vita e, al tempo stesso, accanto a essa.

 


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