L’Uomo Visibile #12 – Il racconto dei racconti (2015)

17 maggio 2015


 

Amori bizzarri

 

Tipicamente, la maggior parte delle fiabe comincia con un personaggio infelice. Sotto questo aspetto le storie tramandate dalla cultura popolare rappresentano un modello nella misura in cui palesano l’importanza del desiderio come motore narrativo.

 

Infelice è, all’inizio del Racconto dei racconti di Garrone, la regina di Longtrellis per via della sua sterilità. Infelice o meglio annoiato è il re di Strongcliff, avvezzo ai piaceri della carne ma incapace di provare una passione totalizzante. Infelice è il sovrano di Highhills che si sente solo nel suo maniero, trascurato dalla figlia Viola che già sogna di andarsene con un nobile principe.

 

L’insoddisfazione dei tre personaggi scatenerà una girandola dagli effetti tragici. Perché, tra gli ammonimenti della fiaba, vi è anche: “Attento a ciò che desideri: potresti ottenerlo”.

 

Non basta la magniloquenza degli scenari (completamente italiani: da Castel del Monte alle Gole dell’Alcantara, dal Palazzo Reale di Napoli al Castello di Sammezzano), né la presenza di draghi marini o streghe a fare del Racconto dei racconti un colosso fantasy all’americana.

La linea di Garrone è piuttosto quella di un intimismo desolato, contraddistinto dall’ottusità dei protagonisti e dalla loro inclinazione a sbagliare – anzitutto emotivamente: Il racconto dei racconti narra di amori bizzarri, di personaggi schiavi d’un sentimento portato a eccessi mostruosi.

 

La regina interpretata da Salma Hayek proietta il suo bruciante desiderio di maternità sul figlio Elias, non potendo tollerare che esista qualcuno che egli ami più di lei – ossia sé stesso, incarnato nella controparte “plebea” di Jonah. L’inevitabile approdo sarà la ribellione del principe e l’affrancamento (brutale) dal giogo materno.

Ma la figura più buffa e insieme dolente in tal senso è il re di Highhill (Toby Jones), che alleva in gran segreto una pulce su cui riversa tutto l’affetto che gli è precluso nella sua esistenza di governante. Al punto che, quando la pulce invecchia e muore, il sovrano ne esibisce il “vello” e con esso mette in palio anche il futuro di Viola, calpestandole i sogni romantici.

 

È la guerra dei sentimenti, più che l’avventura fiabesca a interessare Garrone. La regia esprime tale inclinazione smorzando i toni epici in favore di una messa in scena algida, incline al tableaux vivant e allo straniamento – vedi l’uso insistito della dissolvenza quasi a voler stemperare i picchi emotivi.

 

Spingendosi oltre, si potrebbe argomentare che i desideri e le passioni divoranti sono prerogativa dei ricchi, dei potenti: gli umili non possono che viverli di riflesso, assaporando un breve momento di gloria grazie allo zampino della magia (l’episodio delle Due vecchie).

 

La loro unica ambizione è di riuscire, seppur fugacemente, a dismettere la propria condizione di ultimi e vestire panni diversi, che siano gli abiti di un re o una pelle baciata dalla gioventù e dalla ricchezza.

 


Post Your Thoughts