L’Uomo Visibile #13 – Youth – La giovinezza (2015)

24 maggio 2015


Secondo Fred Ballinger, ex compositore e direttore d’orchestra, la leggerezza è una forma di perversione. Al pari dell’indolenza, nella quale si crogiolano i residenti di un lussuoso albergo fra le Alpi svizzere, Fred in primis.

 

Tra coppie silenti e calciatori spiaggiati, monaci levitanti e pop star dall’appeal discutibile, il set dell’ultimo film di Sorrentino è un albergo ma anche una clinica o piuttosto un sanatorio per anime stanche – e lo Schatzalp Hotel di Davos è lo stesso citato nel capolavoro di Thomas Mann, La montagna incantata.

 

Il tema della paralisi, esistenziale e creativa, pervade il film rendendolo una sorta di negativo intimo della Grande bellezza. Abbandonati gli sfarzi della Capitale, Youth continua a onorare il magistero di Fellini addentrandosi nel terreno della memoria e del desiderio: 8 1/2 è dietro l’angolo, insomma.

 

Ambizioso come sempre, Sorrentino moltiplica e sfaccetta questi temi grazie all’impianto corale del racconto. Il melanconico Fred, che si aggira fra corridoi e paesaggi da cartolina, è solo una delle tante presenze che deambulano per il film sprofondate nella loro bonaccia interiore.

Se il carisma sommesso di Michael Caine basta a trainare alcune sequenze (vedi quella, splendida nella sua semplicità, del concerto per campanaccio di mucca), altrove il protagonista si ritira discretamente, tramutandosi in osservatore e lasciando che l’orchestra del film suoni senza direttore.

 

In ultima analisi, cosa ci lega alla giovinezza? Non il ricordo, inconsistente ed effimero, e nemmeno l’arte, che ricade implacabilmente fra le maglie della senilità: ne sa qualcosa Mick (Harvey Keitel), storico amico di Fred, che insegue il sogno di un cinema definitivo e “testamentario” e il fulgore artistico immortale incarnato dalla sua diva, Brenda Morel (Jane Fonda).

Ma, come Brenda stessa gli rinfaccerà, tale pretesa non è che una divagazione, un penoso intrattenimento con cui allontanare lo spauracchio della fine.

 

Ciò che Youth sembra affermare, per bocca di Fred, è la necessità di un pensionamento artistico e umano. Occorre ritrarsi, osservare le cose da lontano, districare la matassa. Non la propria matassa, ovviamente: quella resta un’impresa fuori portata. Ma osservare gli altri, sondandone il cuore per ritrovarvi parte di ciò che siamo, può alleviare seppur di poco il fardello esistenziale.

Una lezione appresa da Jimmy (Paul Dano), il quale dopo aver studiato a fondo atteggiamenti e tic degli altri ospiti per il suo personaggio (decisamente poco leggero) approda a una conclusione: il desiderio è ciò che ci mantiene vivi.

Il desiderio è quella brace ostinata che ci tiene uniti alla giovinezza ed è, in definitiva, tutto ciò che vale la pena di raccontare.

 


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