L’Uomo Visibile #14 – True Detective (HBO)

31 maggio 2015


A meno di un mese dal lancio della nuova stagione – che vanta fra i nomi Colin Farrell, Rachel McAdams e Vince Vaughn – può giovare interrogarsi su quali siano le doti che hanno reso True Detective uno degli eventi televisivi più importanti degli ultimi anni.

 

È indicativo che la serie HBO creata da Nic Pizzolatto abbia suscitato reazioni opposte e speculari: da un lato c’è chi la considera una pietra angolare, capace di trascendere il format poliziesco e di imprimere alla serialità tv un tocco maturo, autoriale. Di contro c’è chi ne sottolinea il carattere derivativo, la furberia nel riverniciare con una patina moderna contenuti triti e ritriti.

 

Come spesso accade in questi casi, la verità (banale) sta nel mezzo: che TD sia un prodotto derivativo (nella misura in cui ogni opera letteraria o audiovisiva guarda a esempi precedenti come modello) è cosa indubbia. Ma la serie non ne fa mistero, a cominciare dal suggestivo incipit dove Rust Cohle (un magnetico, fascinoso Matthew McConaughey che è il vero asso dell’operazione) si presenta davanti a una coppia di investigatori per rievocare un “caso freddo”, o meglio, per proseguirlo.

I delitti e le indagini rievocate ci portano molto indietro, nel 1995. E i conseguenti strascichi produrranno nuovi salti cronologici, portando lo spettatore fino al presente della storia.

 

Fin dall’inizio, protagonista della serie è il tempo: il tempo che consuma le vite, sgretola le illusioni e ci separa da coloro che amiamo col suo logorio inarrestabile.

Ciò che resiste all’assedio degli anni è l’ossessione di un detective caparbio per un caso insoluto. Niente di nuovo, si dirà: ci aveva già pensato Dürrenmatt con La promessa, ideale “padrino” di TD che ne aggiorna la formula alle griglie dell’intrattenimento targato HBO.

 

Se la serie non ha la statura autoriale propria di certo cinema contemporaneo, non è senza significato rimarcare il caso raro di un prodotto televisivo scritto da un solo autore e diretto da un unico regista – Cary Joji Fukunaga, che viene dal grande schermo e si vede: il cinema è dietro l’angolo nelle stasi, nell’intimismo, nelle ripetute disquisizioni filosofiche di Rust che congelano il ritmo seriale, facendo di quelli che sarebbero difetti in un’altra storia (lentezza, circolarità, velleità metafisiche) gli ingredienti con cui creare un’atmosfera rarefatta e ipnotica.

 

Ma in ultima analisi tutte queste sarebbero soltanto formule, se non si considerasse il punto di forza della serie incarnato dalla coppia di interpreti: dietro gli sfondi di una Louisiana tetra e marcescente, l’anima di TD è quella del buddy movie in cui due personaggi distanti come il giorno e la notte collaborano, si azzuffano, parlano, si avvicinano, imparano l’uno dall’altro. E alla fine diventano “true”, non più solo colleghi ma compagni.

 

Senza l’alchimia fra Marty (Woody Harrelson) e Rust – l’uno tanto attaccato al proprio perbenismo ipocrita quanto l’altro chiuso nel suo pessimismo cosmico – non si capirebbe la suggestione che la serie ha saputo esercitare, portandoci al di là del genere, dei modelli convenzionali, fino a toccare un cuore caldo e pulsante che tramuta il prodotto televisivo in esperienza e lo sottrae al flusso del tempo.


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