L’Uomo Visibile #15 – It Follows (2014)

6 giugno 2015


Lei ti seguirà

 

Gli anni Settanta e Ottanta hanno rappresentato per il genere horror una temperie creativa i cui strascichi sono visibili ancora oggi, nella proliferazione di remake, reboot o film di maniera che affollano la scena cinematografica.

 

La new wave dell’horror americano, ampiamente studiata, ha portato una ventata di realismo e un surplus di efferatezza, ma anche la capacità di penetrare le psicosi intime e collettive.

 

Esistono, nel marasma contemporaneo, opere che non facciano rimpiangere questa stagione, che mostrino un eguale livello di consapevolezza non limitandosi a vivere di rendita?

Dice la sua al riguardo David Robert Mitchell, che sceneggia e dirige It Follows (2015), storia ambientata in un mondo di case linde e quartieri abbienti, vicino al microcosmo middle-class di Halloween o della saga di Nightmare.

 

Il film si apre con un’immagine di puro terrore: una ragazza esce di casa in sottoveste, mutandine e scarpe col tacco, corre frenetica in strada, si guarda indietro, ricomincia a correre ignorando le domande preoccupate del padre, torna dentro. Poco dopo esce così com’è entrata, con solo la borsetta e le chiavi della macchina. Sale in auto e parte, lasciandosi inghiottire dalla notte incipiente. La sequenza s’incolla allo spettatore come una patina di sudore freddo, complice la panoramica a trecentosessanta gradi che è già, come vedremo, figura stilistica di tutto il film.

 

La storia si sposta quindi su Jay, una bella adolescente che durante il suo primo appuntamento riceve un traumatico lascito: una Cosa non meglio definita di cui ci si può liberare solo passandola agli altri. Pena l’essere seguiti sempre, ossessivamente, finché Essa non ci avrà ghermiti e uccisi.

 

It Follows si smarca dalla maggioranza degli horror (non solo contemporanei) per come affida la costruzione della paura alla più nitida visione – rifuggendo dagli espedienti convenzionali dell’ambiguità e del non-visto (leggi: suoni o presenze fuoricampo).

Una semplice figura sullo sfondo mette alla prova i nervi dello spettatore, sfruttando la profondità di campo degli spazi aperti: il film mette in costante relazione interni ed esterni, dimostrandosi meno claustrofobico di altri (pur non mancando la classica dimora abbandonata) e proprio per questo più inquietante: non ci sono vie di fuga né scappatoie né passaggi segreti che sottraggano all’inesorabile, lentissima, logorante avanzata della Cosa.

 

Una recensione a parte si potrebbe dedicare alla natura dell’It: trasmesso per via sessuale, esso prende corpo sovente facendosi portatore di pulsioni rimosse e proibite (un altro binomio: padre/madre) di freudiana memoria.

 

Ma la suggestione trasmessa dal film non si spiegherebbe senza la mobilità della camera, protagonista di carrelli e panoramiche sinuosi, “vivi”, enfatizzati dalle bordate elettroniche della colonna sonora che rievoca, senza mai strafare, l’atmosfera di certi classici anni Ottanta.

 

È la camera, in ultima analisi, la vera Cosa-che-segue, riaffermando con ciò il potere enorme del cinema, la sua capacità di scagliarci oltre il rettangolo dello schermo in un incubo a occhi aperti.

 


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