L’Uomo Visibile #17 – Turner (2014)

20 giugno 2015


L’armonia contraddittoria

 

Il biopic è un genere irto di trappole: troppo vincolato alla materia biografica per lasciare ampi spazi d’invenzione, o, viceversa, troppo dipendente dallo status iconico di certe figure per offrirne una rappresentazione autentica, intima.

 

Di queste trappole è ben conscio Mike Leigh che, scrivendo e filmando Turner (2014) sfugge al primo e più insidioso dei tranelli: quello di fare un film “romantico” nell’accezione in cui questo rappresenti l’anelito artistico, la tempesta e l’impeto interiori che elevano l’uomo dalla mediocrità nella sfera del sublime (estetico).

 

Turner è, al contrario, opera dimessa, umile, terrena, direi “borghese” nella misura in cui celebra l’osmosi di arte e vita, con una netta prevalenza della seconda. Gli ultimi venticinque anni del famoso pittore britannico scorrono come un fiume tranquillo, segnati non tanto dalle impennate creative quanto dagli alti e bassi dell’esistenza comune: l’affetto paterno, l’acquisto di tele e colori (con rischio di truffa), le liti coniugali, le visite ai committenti e le occasionali baruffe con i colleghi, la passione, la morte, gli elogi, la vecchiaia, il discredito, di nuovo la morte.

 

Quello di Mike Leigh è – malgrado la durata consistente: 149 minuti – un film compresso: ostinatamente restio a portarci dentro l’intimità dell’artista, a sviscerare i segreti della creazione, men che meno l’idea inflazionata di “Genio”.

Timothy Spall trincera il suo Turner dietro i malumori, le sopracciglia aggrottate, i grugniti con cui gestisce la maggioranza delle conversazioni. C’è il senso di un’umanità irriducibile agli schematismi della storia dell’arte, di uno spirito tormentato eppure stoico di fronte alla precarietà della vita.

 

Incapace di tradurre in parole il suo groviglio interiore, Turner è però in grado di trasporlo (pur senza risolverlo) nello spazio della tela. “L’armonia contraddittoria” del colore, lo splendore che non esclude la conflittualità, sono la chimera del pittore, il quale non può che attingere al concreto, bersagliando il dipinto con sputi e ingredienti umili, esponendosi alla derisione ed esponendo il suo stesso corpo, come nella scena in cui si fa legare all’albero di una nave così da sperimentare direttamente la realtà di una tempesta di neve.

 

Mike Leigh è abile nell’evitare (o meglio, nell’aggirare) un’altra insidiosa trappola, ovvero la tentazione di girare un film pittorico, statica trasposizione dell’universo artistico del protagonista.

Se i valori formali di Turner sono palesi per chiunque, il regista li stempera attraverso una visione oggettivante e pacata: William si dedica continuamente a scampagnate, gite fuori porta, soggiorni marittimi nei quali carpire le suggestioni della luce e del “Dio Sole”. Non alla ricerca di ispirazione, ma piuttosto aperto alle suggestioni che gli si propongono in modo casuale, come conoscenti incontrati per caso durante una passeggiata.

 

Tale limpidezza di sguardo – classica più che romantica – impedisce al film di scadere in effetti da cartolina e ne riflette la temperatura emotiva: una grazia sotto pressione con cui l’artista si accolla il fardello della propria umanità (e di tutta l’umanità).

 


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