L’Uomo Visibile #18 – Un’estate da giganti (2011)

28 giugno 2015


Linea d’ombra

 

Nella tradizione narrativa, l’estate è spesso foriera di cambiamenti che segnano il passaggio dal mondo dell’infanzia e dell’adolescenza a quello degli adulti. Forse perché la fine di tale stagione si porta sempre appresso una desolata malinconia, il senso di una perdita avvertita come irreparabile, e che nelle grandi storie di formazione diventa metafora di una tappa della vita.

Significativamente, la morte è spesso presente in queste storie: l’iniziazione alla maturità è violenta, sancita dall’uccisione del fanciullo che è in noi.

 

Per citare due esempi, uno ormai classico e l’altro recente: l’estate che volge al termine è lo scenario del racconto Il corpo di Stephen King, trasposto con grande successo da Rob Reiner in Stand by meCosì come una stagione torrida e “storica” – quella della vittoria dell’Italia ai Mondiali di calcio: agosto 1982 – fa da sfondo alle vicende de Il regno degli amici (Einaudi 2015) di Raul Montanari, storia di quattro adolescenti che scoprono una catapecchia sul Naviglio Martesana e la eleggono a proprio possedimento, dove si consumeranno lotte, amori e scissioni che traghetteranno i protagonisti nell’età dei rimpianti e della nostalgia.

 

Bouli Lanners omaggia questo filone con Un’estate da giganti (2011), ambientato nella campagna belga. Zak e Seth, due fratelli abbandonati dai genitori nella casa del nonno per le vacanze estive, rimasti senza denaro decidono insieme all’amico Danny di affittare la casa del defunto parente a un losco coltivatore di marijuana, Toro. Questi accetta a condizione che l’abitazione sia completamente svuotata e che i ragazzini non vi facciano più ritorno.

 

Comincia così l’estate randagia dei protagonisti, fra incursioni in case vuote, gite in barca, notti all’addiaccio e insospettati angeli del focolare, masturbazioni al peperoncino e tinture di capelli – come nel bellissimo I ragazzi della 56ma strada di Francis Ford Coppola, pietra angolare del genere.

 

Lanners gira con pudore anche quando sconfina nella brutalità, con un occhio metà complice metà osservatore nei confronti dei suoi scapestrati protagonisti.

Il passaggio della “linea d’ombra” – legato, come in un racconto di Conrad o Melville, all’elemento dell’acqua – avviene anche qui dopo un rito violento, stemperato tuttavia da una nuova unità “famigliare” che si costituisce alla fine: Seth, Zak e Danny, abbandonati dai loro genitori, trovano però conforto e sostegno fra sé, e possono a quel punto afferrare i remi e avventurarsi verso i lidi della maturità, in una grande luce abbagliante che segna l’estinguersi di una stagione selvaggia.

 


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