L’Uomo Visibile #20 – Vizio di forma (2015)

12 luglio 2015


See Shasta Play

 

In principio erano Raymond Chandler e il suo Philip Marlowe, detective dal cuore puro sotto la ruggine del disincanto o, come lo definisce Stefano Tani, un cavaliere senza Graal che, “anche quando la sua vittoria sa di sconfitta (cosa che accade quasi sempre) – perché il caso da risolvere ormai non è più una partita a scacchi con un singolo nemico, bensì la lotta contro la corruzione pervasiva e vischiosa che infetta una città intera, se non tutta una nazione –, anche allora perde con tale fascinoso e compiaciuto stoicismo che è come se vincesse”[1].

 

In principio era Marlowe, si diceva. Ma era anche la Grande Hollywood, il bianco e nero sontuoso e il carisma di Humphrey Bogart, il fascino di Lauren Bacall e di Dorothy Malone.

 

Poi vennero i Settanta, decennio di forte trasformazione per il sistema cinematografico: Robert Altman, tra i massimi fautori della decostruzione dei generi classici (e, con essi, del Mito americano) gira Il lungo addio (1973), che ha la cadenza di una sessione jazz e si affida all’estro multiforme di Elliott Gould: più che di sequenze il film consiste appunto di “sessioni”, come quella indimenticabile dove uno stralunato Marlowe si avventura alla ricerca della marca di scatolette prediletta dal suo gatto.

 

Il cinema di Paul Thomas Anderson non ha mai nascosto il suo debito verso gli impianti corali di Altman; dopo l’epos kubrickiano de Il petroliere e il duetto carismatico di The Master, il regista adatta Vizio di forma (2009) di Thomas Pynchon, scanzonata rivisitazione delle atmosfere hard-boiled.

 

Un investigatore privato, Doc (Joaquin Phoenix, degno erede di Gould) viene contattato dalla femme fatale di turno – la sua ex ragazza Shasta, che si presenta alla sua porta per chiedergli di aiutarla a salvare l’amante, il miliardario Mickey Wolfmann, dal complotto ordito dalla moglie e dall’amante di quest’ultima.

 

Come sempre avviene negli intrecci chandleriani, un sasso gettato nello stagno produce cerchi che si allargano inesorabilmente, ingarbugliando la matassa: ecco che Doc si trova invischiato in una girandola che include sbirri coriacei e botte in testa, bizzarre case di piacere e un cantante irretito da una setta, un’equivoca società per dentisti chiamata “Golden Fang” nonché un riccone internato dai federali per aver avuto l’idea malsana (!) di cedere l’intero suo patrimonio.

 

Se in Altman la cadenza era quella del jazz, Vizio di forma ricorda certe ballate psichedeliche degli anni Settanta: divagante, onirico, orgogliosamente “fricchettone”, libero da vincoli di trama o necessità di genere, espressione di un cinema che più che come racconto si qualifica come esperienza o happening: il tutto ammantato di luci pop e da un commosso omaggio a un’epoca in cui Hollywood era libera di osare, scavalcando gli steccati della convenzione.

 

[1] R. Chandler, Romanzi e racconti, I Meridiani, Milano 2005.

 


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