L’Uomo Visibile #21 – Downton Abbey

24 luglio 2015


Nel corso del tempo

 

Divenuta una delle serie britanniche di maggior successo, Downton Abbey è la creatura di Julian Fellowes, già vincitore di un Oscar per la Miglior sceneggiatura originale grazie a Gosford Park (2001), che di Downton Abbey è il prototipo e il “padre autoriale”.

 

Il confronto tra i due esemplifica le diversità fra il registro filmico e quello televisivo. Gosford Park appartiene al corpus delle architetture corali altmaniane: ventisei personaggi e una struttura tale da risultare compressa malgrado i 137 minuti di durata.

L’intreccio fra piani alti e bassi serve la critica sociale condotta dal regista, mostrando il piglio vanesio della nobiltà senza per questo idealizzare la servitù – animata dalle stesse pulsioni egoistiche e interessate.

A ciò si aggiunga la decostruzione dei meccanismi tipici del giallo classico, secondo un procedimento caro ad Altman fin dagli anni Settanta.

 

Downton Abbey è meno salace, più morbida e forse più politicamente corretta; anche se tra la servitù si annidano presenze intriganti (come la cattivissima O’Brien) prevale un’immagine positiva dei piani bassi. I servi sono angeli del focolare che, efficienti e discreti, preservano l’equilibrio della magione fatto di piccole consuetudini: il menu dei pasti, gli orari di pulizia, l’organizzazione dei viaggi, la vestizione dei padroni.

Non a caso la memorabile sequenza d’apertura mostra il risveglio della casa per opera dei solerti custodi, e solo in un secondo momento quello degli aristocratici residenti.

Ciò che lo script di Fellowes perde in critica sociale lo guadagna però in respiro narrativo, ponendosi quale erede del melodramma classico che, in declino al cinema, tende al pari di altri generi a migrare sul piccolo schermo.

 

Come le più celebri e magniloquenti saghe familiari (Via col Vento in primis), Downton Abbey narra dei tempi che cambiano. La residenza dei Crawley appare come un microcosmo ordinato da leggi scritte e non scritte, improvvisamente colpito dalla perdita di un erede. Tale sovvertimento obbligherà i membri della famiglia a confrontarsi con Matthew, l’avvocato di città del tutto estraneo all’etichetta e alle convenzioni aristocratiche; e aprirà le porte alla contrastata vicenda sentimentale tra lui e Mary Crawley, l’altezzosa primogenita del Conte di Grantham.

 

Il resto sta nell’impianto corale (sapientemente ereditato da Altman) e nella mescolanza di ingredienti tradizionali ma dotati di nuova freschezza: relazioni illecite, agnizioni, equivoci, complotti, schermaglie sentimentali, l’ombra della guerra e della morte che turbano periodicamente la serenità di Downton.

 

Il suo successo conferma una volta di più la capacità delle serie televisive di produrre narrazioni complesse e bigger than life, in grado di conquistarsi l’affetto e la fedeltà del pubblico.

 


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