L’Uomo Visibile #22 – Il nome del figlio (2015)

1 agosto 2015


A porte chiuse

 

I critici lo hanno chiamato in vari modi: teatro filmato, teatro in scatola, film-pièce; tutte definizioni in cui si cela, se non un giudizio apertamente negativo, una visione limitante.

 

Nel corso della sua storia il cinema si è gradualmente affrancato da un rapporto servile con la letteratura e il dramma scenico, fatto che ha provocato un’antipatia diffusa per le trasposizioni (che, comunque, restano più vive che mai).

In particolare la relativa staticità e “rarefazione visiva” del linguaggio teatrale, secondo alcuni, mal si concilierebbero con il cinema, che si nutre di mobilità e cambi di prospettiva. Del potere dello sguardo, in definitiva, che a teatro è strettamente incanalato.

 

È soprattutto l’accusa di verbosità a pesare spesso su questo genere di film. E Il nome del figlio (2015) di Francesca Archibugi è indubbiamente un film verboso, statico, a porte chiuse pur se sceglie (diversamente dall’originale francese Le Prénom, tratto a sua volta da un testo teatrale) di concedersi delle “scampagnate” tramite dei flashback forse ridondanti, volti a esplorare l’adolescenza dei personaggi.

Tuttavia, per quanto espressione di un’idea di cinema forse desueta e convenzionale, il film della Archibugi funziona. Non solo perché è una commedia divertente, graffiante ma empatica, sarcastica senza voler essere provocatoria ad ogni costo.

Ciò che funziona è proprio la trasposizione della vicenda in un quadro schiettamente italiano: rispetto ai personaggi del film francese, misurati anche nell’ira, i protagonisti de Il nome del figlio sono più sanguigni, più spigolosi, più rapidi ad accendersi come a stabilire un’inattesa complicità.

 

Lungi dall’essere una storia asfittica, quella della Archibugi riesce a rispecchiare lo scenario disgregato e conflittuale dell’Italia di oggi, incarnandone i “tipi” come sapeva fare la commedia degli anni Sessanta coi suoi mattatori: dal rampante, materialista e apolitico agente immobiliare di Alessandro Gassman all’intellettuale un po’ ottuso di Luigi Lo Cascio.

 

Il tutto affrontando con tono lieve motivi cruciali fra i quali l’identità: chi siamo, chi dovremmo essere, chi vogliamo essere?

Un percorso che, come i protagonisti comprendono fin troppo bene, parte da una scelta primaria: quella del nome.


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