L’Uomo Visibile #24 – Il giovane favoloso (2014)

23 agosto 2015


In fuga da sé

 

Una siepe, verde ed estesa, ammantata da una leggera coltre di foschia, “che da tanta parte / dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”.

È l’immagine più popolare della poetica leopardiana, ed è anche l’incipit de Il giovane favoloso di Mario Martone. Film che ingaggia numerose sfide e le vince quasi tutte, anzitutto perché rifiuta un’impostazione antologica, divulgativa appunto (a dispetto dell’immagine sopra descritta); rifiuta di essere un triste surrogato del manuale scolastico, o peggio della lettura dei componimenti e dei trattati del poeta recanatese.

 

C’è in Martone il coraggio della parzialità, di narrare i patimenti poetico-esistenziali del poeta (un Elio Germano realmente favoloso per modulazioni e sussulti) con un preciso sguardo: il talentuoso Giacomo, dopo aver lottato per evadere dall’odiata casa paterna, si ritrova in una funerea Napoli entro lo stesso bozzolo di melanconia e isolamento al quale aveva cercato di sottrarsi. A dimostrazione che si può abbandonare il tetto familiare, ma non si sfugge a se stessi.

 

Forse proprio per questo il film, malgrado l’ampio respiro e la sontuosità delle scene, dà sempre la sensazione che qualcosa resti fuori, manchi, sia inafferrabile. Proprio come nella vita: in ciò sta il pregio di una sceneggiatura che svincola il racconto dalle maglie strette del biopic.

 

Se la parte centrale, fiorentina ha le cadenze dolci-amare dell’educazione sentimentale, quella napoletana indulge a squarci grotteschi e tetri (la visita alle prostitute, l’epidemia di colera), dominati dal presentimento della fine. Ma le cadenze più struggenti e alte sono quelle del primo atto, Recanati.

 

Qui Martone, oltre a confermare la sua propensione per il dramma in costume, filma una ballata intimista che, nella semplicità e icasticità al tempo stesso della messa in scena (una finestra, il cielo, il rumore di un calesse sull’acciottolato, Silvia, lucciole nella notte, la luna, il sussurro del vento tra le fronde, il sole che scalda la campagna…), aderisce alla poetica leopardiana. Quella poetica mirabilmente riassunta da Calvino nelle Lezioni americane, dove afferma che “il miracolo di Leopardi è stato di togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare”[1].

 

Martone ricrea questa levità (pur con l’inevitabile pesantezza ontologica delle immagini), rendendo sopportabile l’angoscia esistenziale del personaggio, stemperando l’infelicità nella malinconica – se è vero, per dirla ancora con Calvino, che “la melanconia è la tristezza diventata leggera[2].

 

Nelle cadenze sofferte della ballata recanatese trapela il valore emblematico, universale di cui si carica la figura di Giacomo, divenendo emblema della condizione angusta dell’intellettuale/artista contemporaneo. Lontano dal riconoscimento e dalla gloria, confinato al provincialismo, egli brama di essere accolto e abbracciato dal mondo: vedi la corrispondenza e l’incontro con Pietro Giordani, tra le scene più commoventi del primo atto.

 

E il passo decisivo, per il giovane Leopardi, sta proprio nel violare il cerchio dolce ma tirannico dell’affetto paterno – espresso da un magnifico Massimo Popolizio, che fa da contraltare a Germano con la sua figura ombrosa, corrucciata anche nel sorriso. Somiglia al padre di Shine (1996), tanto fiero della genialità del figlio quanto assillato dal timore del distacco.

 

Il distacco, benché doloroso, rappresenta la prova irrinunciabile per potersi librare oltre la siepe, verso l’orizzonte.

 

[1] I. Calvino, Lezioni americane, Oscar Mondadori, Milano 2014, p.28.

[2] Ibi, p.23.


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