L’Uomo Visibile #28 – Due giorni, una notte (2014)

5 settembre 2015


Fraternità

 

Il cinema d’autore, specie europeo, è avversario dei modelli narrativi forti, e massimamente del canone drammaturgico americano: le nozioni di atto, punto di svolta, progressione, climax sono spesso apertamente contestate e dismesse in favore di un racconto più fluido e aperto.

 

In tal senso l’ultimo film dei fratelli Dardenne, Due giorni, una notte (2014), è un piccolo miracolo per come riesce a fondere due concezioni del cinema, semplicità classica e sguardo autoriale. Ricorda un’altra grande pellicola delle ultime stagioni, l’inglese Locke (2013) di Steven Knight.

 

I due film presentano diverse analogie: entrambi si basano sul movimento, su di una struttura dinamica costretta entro precisi vincoli spazio-temporali. In altre parole, su una griglia narrativa forte. In Locke era il viaggio in macchina; nel film dei Dardenne Sandra (Marion Cotillard), dopo aver trascorso un periodo a casa per problemi di depressione, rientrata al lavoro scopre che il suo capo ha deciso di eliminarla dall’organico e per farlo ha offerto un bonus di 1.000 euro a ognuno dei sedici colleghi.

Dopo un primo referendum in cui la maggioranza stabilisce il licenziamento di Sandra, quest’ultima riesce a ottenere una seconda votazione: spronata dall’amica Juliette e dal marito, decide di far visita ai colleghi, casa per casa, nell’arco del weekend, per convincerli a rinunciare alla gratifica del bonus e a votare per il suo reintegro in fabbrica.

 

C’è quindi una trama classica e moderna insieme. La modernità è nella messa in scena rigorosa, priva di orpelli: il pedinamento, strumento del cinema-verità familiare ai Dardenne, è condotto con un pudore e una discrezione ammirevoli, generando intimità col personaggio senza appiattirlo. La performance di Marion Cotillard (che, come Tom Hardy in Locke, è spogliata di ogni alone divistico: altro effetto benefico della dialettica classico-autoriale) è come un pentolone in cui ribollono sentimenti contrastanti: ansia, amore di sé, orgoglio ferito, coraggio, mortificazione.

 

Si diceva che Due giorni, una notte è film di movimento; ma è anche un film di parola, reiterata e sofferta ma mai gridata. Ricorda La parola ai giurati (1957), depurato però dei toni enfatici e del furore dialettico. E si concede insospettati omaggi alla scrittura classica, come i momenti di “sconfitta apparente” (all is lost, all’americana) che punteggiano il film e rilanciano di volta in volta la battaglia pragmatica e interiore di Sandra; o gli interludi musicali, nei quali sembra che per la durata fugace di una canzone il mondo possa riacquistare leggerezza.

 

Il precariato, la fragilità materiale simbolo dei nostri tempi, diventa nel finale il trampolino per una rinascita spirituale, per l’instaurarsi di un sentimento nuovo di fraternità tra gli uomini. In tal senso i Dardenne non hanno l’afflato religioso di un Kieslowski (Film Rosso, 1994), ma piuttosto la tensione civile e universale dell’Illuminismo.

Nella conclusione il film, con un linguaggio sempre lieve e concreto, si solleva dai luoghi del cinema-verità toccando per qualche istante le altezze dell’utopia.


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