L’Uomo Visibile #29 – L’amore bugiardo – Gone Girl (2014)

12 settembre 2015


Fatalità

 

Di tutte le figure cinematografiche, la femme fatale è forse la più longeva e quella che ha saputo ritagliarsi una nicchia a sé nel pantheon della narrazione; essa si materializza sulle scene negli anni Quaranta, dietro i contrasti del bianco e nero hollywoodiano, celata da un alone di fumo o da un bicchiere da cocktail. Con i suoi modi al tempo stesso passionali e intriganti, provocatori e fragili, essa conduce l’ingenuo protagonista maschile verso l’illegalità e lo smarrimento morale.

 

Una delle ragioni che concorrono alla fortuna di questo personaggio è che al cinema – medium maschile e spesso maschilista – la Donna è l’incarnazione per antonomasia dell’Altro, ovvero dell’Ignoto. E la donna conturbante, sfuggente e ingovernabile, traduce nel linguaggio filmico un sostanziale pessimismo sulle facoltà cognitive umane, sulla nostra capacità di penetrare a fondo il mistero.

 

Un concetto che si ritrova nell’incipit di L’amore bugiardo – Gone Girl (2014) di David Fincher, dove il protagonista fantastica di aprire il cranio della moglie per sviscerarne i pensieri, gli umori, i moventi che hanno generato il loro piccolo e appartato inferno domestico.

 

Se il romanzo di Gillian Flynn da cui è tratto il film concedeva spazio al punto di vista di entrambi i personaggi (non foss’altro che per svelarne l’inattendibilità), la pellicola di Fincher è dominata dalla voce narrante e dalla lucida follia di Amy (Rosamund Pike), col suo diabolico piano per trasformare il marito Nick (Ben Affleck) nel partner devoto perfetto, il più importante pezzo d’arredo all’interno di una visione del matrimonio quale potrebbe ritrovarsi in una réclame sulla coppia ideale americana.

 

Rispetto al disegno machiavellico della consorte, Nick è passivo e maldestro, incapace di replicare agli affondi con la giusta ferocia e scaltrezza (il suo sorriso imbambolato davanti ai flash dei fotografi ne è la testimonianza).

 

Da sempre legato alle forme del thriller, Fincher sceglie qui di esplicitare il suo dispositivo drammaturgico, rendendolo palese e dunque ancor più spietato. Gone Girl non è un “whodunit”, non si regge su un mistero; non si preoccupa (giustamente) di tenere lo spettatore nel dubbio, che anzi viene dissolto molto presto. Per questa ragione il film, complice anche la durata, potrebbe risultare noioso a chi ama le storie di suspense.

 

Se questa trasparenza dell’impianto narrativo toglie calore alla storia, essa ci fa d’altro canto percepire più acutamente la freddezza del progetto di Amy, il suo trattare il sentimento come un organismo in provetta.

Rosamund Pike, con la sua bellezza algida e il suo sorriso glaciale, dà corpo all’ultima e potremmo dire “definitiva” incarnazione della femme fatale: se nel cinema classico questa era l’amante, l’alternativa fosca ed eccitante alla pace coniugale, qui essa si insedia tra le pareti domestiche, un diavolo camuffato sotto spoglie levigate di angelo del focolare, guadagnando uno status pubblico che le consenta di abitare non più tra i chiaroscuri del noir ma sotto la luce benpensante della borghesia americana.


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