L’Uomo Visibile #30 – Chi è senza colpa (2015)

20 settembre 2015


Eroi della Salvazione

 

Dopo essersi guadagnato il plauso della critica con la sua prova “a portiere chiuse” in Locke, Tom Hardy si cimenta con un altro ruolo dolente e impegnativo in Chi è senza colpa (2015), scritto da Dennis Lehane che adatta un suo racconto breve, Animal Rescue.

Il protagonista del film, Bob Saginowski, ha rinnegato la sua effimera stagione criminale e ora gestisce un bar a Brooklyn, bar che occasionalmente viene usato come “punto di consegna” ovvero come deposito temporaneo per i soldi della malavita locale.

 

Bob è figura per molti versi speculare a Ivan Locke: se quest’ultimo appariva indefesso, di una tenacia quasi anacronistica nel perseguire un ideale di onestà e rettitudine, il protagonista di Chi è senza colpa si muove posato, gentile e (apparentemente) innocuo in un mondo di violenza: sembra un fraticello capitato per caso in un covo di briganti. Tom Hardy conferisce al ruolo un’impronta ancor più minimalista che in Locke, dando a Bob un candore mescolato a goffaggine, un’onestà di fondo stemperata dalla semplicioneria.

 

Se il film di Steven Knight era un’odissea laica, un viaggio al termine della notte sostenuto dalla fiducia nell’etica del suo working-class hero, la sceneggiatura di Lehane è intrisa di religiosità. Bob anela alla salvazione, al raggiungimento di uno stato di grazia, che tuttavia gli è precluso dai rimorsi: esemplare (forse troppo) la sequenza in cui assiste al rito nella parrocchia locale, rifiutandosi di prendere la comunione.

Ivan Locke fuggiva dalla dannazione (simboleggiata dallo “spettro retrovisore” del padre), Bob Saginowski tende alla grazia. Per questo, quando trova un cucciolo di pit bull abbandonato in un bidone della spazzatura, ci si attacca come si trattasse d’un figlio, coltivando nella cura dell’animale quel bisogno di purezza che lo ossessiona.

Per conservare intatto questo angolo di innocenza, Bob affronterà (e qui sta la differenza con Locke: l’anima noir prende il sopravvento) la prova più difficile: dannarsi una seconda volta.

 

La sceneggiatura di Lehane, e la regia accorta ed espressiva di Michaël R. Roskam (non un’oncia di compiacimento nell’inscenare la violenza) tengono il giudizio morale in un limbo: eroe o antieroe? Difficile trovare una risposta definitiva, nel caso di Bob Saginowski.

 

Proprio questa sembra la nota distintiva della nuova maschera attoriale di Tom Hardy: il distacco dal materialismo, la ricerca di una (illusoria?) pienezza dello spirito in un mondo sempre più smarrito, preda dell’avidità, della ferocia e dal rancore. A esso Bob oppone la caritas, virtù teologale che si vorrebbe soppressa nella società di oggi, che, nelle parole dell’investigatore Evandro Torres, vorrebbe trasformare le chiese in “condomini con le finestre colorate”.

L’eroe, o antieroe di Tom Hardy sembra costituire la risposta a questa deriva spirituale. Resta da attendere la prossima prova dell’attore per sapere se la promessa sarà mantenuta o meno.

 


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