L’Uomo Visibile #31 – Narcos (Netflix)

27 settembre 2015


Una magica impresa

 

La sequenza introduttiva di Narcos, la nuova creatura Netflix scritta da Chris Brancato, Carlo Bernard e Doug Miro, comincia con una didascalia che ne rappresenta il manifesto poetico: “Il realismo magico si definisce come ciò che accade quando un’ambientazione realistica e molto dettagliata è sconvolta da qualcosa impossibile da credere. C’è un motivo se il realismo magico è nato in Colombia”.

 

Basterebbe questo attacco, insieme alla voce over dell’agente della DEA Steve Murphy che incornicia il racconto, a rendere conto del livello di stratificazione raggiunto dalla serialità nei suoi esempi migliori.

Il realismo magico fonde la quotidianità e il surreale, la trivialità e il sublime suscitando nello spettatore un distacco che stempera anche i momenti più grotteschi o brutali. Esso ne acuisce l’attenzione, poiché nulla di quanto gli scorre sotto gli occhi può essere dato per scontato. Si ottiene così una visione straniante che supera “gli effetti di inaridimento causati dall’abitudine, mediante la rappresentazione di cose familiari in modi non familiari”[1].

In effetti Narcos potrebbe apparire come un prodotto audiovisivo tradizionale, per non dire stantio: già il cinema ci aveva abituato a storie sulla nascita (e il collasso) di imperi criminali.

A rendere fresca la parabola di Pablo Escobar, il Re del traffico di cocaina, non è solo l’innesto di materiali d’epoca che creano continue rotture nell’apparato della finzione, riportandoci a distanza “storica”; la regia della serie, avvalendosi di carrellate ipnotiche combinate a montaggi rapidi, avvolge il tutto in un’atmosfera lieve e sospesa, che solo negli scenari dell’America latina poteva esprimere a pieno la propria suggestione.

 

La stessa violenza di sparatorie ed esecuzioni si smorza in questo balletto, in una danza elegante che accompagna la descrizione del più gargantuesco traffico della storia – ricostruito con scrupolosa precisione nei suoi stratagemmi, negli accordi e nelle transizioni.

 

Anche la recitazione di Wagner Moura è lontana dal maledettismo e dall’enfasi titanica dei gangster cine-televisivi: il suo Pablo Escobar è un uomo solido, fedele alle sue origini popolari ma anche sedotto dalle lusinghe della ricchezza (vedi la vanità nel collezionare animali esotici…); in definitiva, un uomo d’affari abile e populista che, come affermato esplicitamente, ha reso vivido e a portata di tutti il “sogno colombiano”.

Con Narcos il capitalismo imperialista trova la sua nemesi. In ciò risiede la forza persuasiva della serie, il suo mostrare un riflesso sgradevole nello specchio dell’autocoscienza americana: Escobar, l’uomo qualunque, il reietto di Medellín, ha violato i disegni della predestinazione sociale, rompendo le catene e realizzando un’impresa magica.

[1] D. Lodge, L’arte della narrativa, Bompiani, Milano 1995, p.70.

 

 

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