L’Uomo Visibile #32 – Non essere cattivo (2015)

9 ottobre 2015


This is Ostia

di Davide Borgna

 

Scelto per rappresentare il cinema italiano alla corsa per l’Oscar al Miglior Film Straniero 2016, Non essere cattivo è il terzo lungometraggio di Claudio Caligari (Amore tossico, 1983; L’odore della notte, 1998), compimento di una ideale “trilogia della borgata”.

 

A Ostia, Cesare (Luca Marinelli) e Vittorio (Alessandro Borghi), amici d’infanzia e ragazzi cattivi, spendono il loro tempo fra risse, spaccio e notti brave. Una vita randagia che sembra destinata a ripetersi circolarmente, finché, al termine dell’ennesima scorribanda, Vittorio nel mezzo di un trip ha una visione che si dimostrerà salvifica. La sequenza è fra le più intense del film, la più carica stilisticamente con i toni mimetici della messa in scena che si ammantano di un’aura sulfurea: comincia su una strada deserta – con un incubo circense di felliniana memoria –, termina in cucina dove Vittorio ha una suprema auto-rivelazione: vede il male in cui è sprofondato (che appare in vesti ufficiali, come Diavolo con tanto di corna, in una padella per il soffritto). Adamo, mangiando il frutto proibito, si scopriva nudo e aveva vergogna di sé; Vittorio, in un accesso di disgusto, sputa sulla propria immagine riflessa.

 

La sequenza fa da spartiacque al racconto: Vittorio abbandona la vecchia compagnia per trovare lavoro nei cantieri, cerca una quiete familiare con Linda, madre di un ragazzo adolescente. Cesare si divide fra l’attaccamento all’amico e il solito microcosmo criminale, tra i buoni propositi e l’incapacità di rispettare l’undicesimo comandamento: non essere cattivo. Perché, come dice Cesare all’amico, “la vita è dura, e se non sei duro come la vita non vai avanti”.

Coerente con l’assunto, la vita si presenterà puntuale a chiedere il conto.

 

È uno dei meriti del film, l’assenza di concessioni alla retorica narrativa. La vita è e rimane dura, immersa nelle luci sature e nei pozzi di oscurità della notte (Non essere cattivo è soprattutto un film di notturni), una notte al cui termine aleggia sempre la domanda fatale: “’Ndò ‘nnamo?”. Che non ottiene risposta.

 

È merito della regia e della sceneggiatura (che, scrive Mereghetti, si ferma sempre “un attimo prima di cadere nel compiacimento effettistico”) l’aver riscoperto la centralità del corpo, di una recitazione vagabonda, schiaffeggiata, pestata, ferita. Forse è scontato citare Pasolini, ma quest’enfasi sulla fisicità lo richiama spontaneamente alla memoria.

Ci eravamo quasi dimenticati che esistesse una recitazione simile, anni luce dalla teatralità levigata e politicamente corretta del nostro cinema. Tale uso del corpo (che investe in primis il dialogo: sussurrato, smozzicato, guaito, ringhiato) ricorda un altro cult recente, This is England (2005) di Shane Meadows, talmente fortunato da ispirare un proseguimento seriale.

 

Ecco, ci si augurerebbe che qualcosa di simile avvenga anche con Non essere cattivo, con Claudio Caligari e i suoi ragazzi di vita.


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